L’ultima incarnazione di OpenAI, l’agente ChatGPT, ideato per automatizzare la navigazione web, ha offerto un’esperienza d’uso che evoca più ansia che soddisfazione. L’osservazione primaria è la sua capacità di emulare le azioni umane con una precisione quasi spettrale, ma senza cogliere le sfumature della comprensione reale. Questo “doppio digitale” opera attraverso un ambiente virtuale, cimentandosi in attività che vanno dalla ricerca di un regalo alla partita di scacchi online.
La sperimentazione ha rivelato una serie di evidenti lacune. Si sono verificati frequenti errori di interazione, come clic fuori bersaglio, difficoltà nella gestione di compiti apparentemente semplici e una generale lentezza operativa. Anche i meccanismi di sicurezza sono parsi vulnerabili, consentendo accessi indesiderati a contenuti inappropriati. L’impiego simultaneo di più istanze di questo agente si è rivelato ingestibile, trasformando l’esperienza in un vero e proprio incubo di monitoraggio.
Al di là delle imperfezioni tecniche, emerge una preoccupante visione del futuro digitale. Un internet popolato da queste entità artificiali potrebbe deumanizzarsi, trasformandosi in un vasto “spazio fantasma” per gli utenti umani, con ripercussioni significative su modelli economici basati sull’interazione umana, come quello pubblicitario.
L’agente si esprime con una pseudo-personalità, simulando pensieri e incertezze, un tocco che, lungi dal rassicurare, aggiunge un velo di inquietudine. In definitiva, l’agente ChatGPT si presenta come un prototipo con un potenziale ancora indefinito e delle criticità evidenti, sollevando interrogativi sulla direzione futura dell’automazione online.
Leggi l’articolo completo “Agente ChatGPT, la nostra prova è stata un’esperienza degna di un film horror” su Wired.
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (25/07/2025).

