Diversi economisti avvertono che il boom dell’AI sta assumendo contorni speculativi paragonabili o addirittura superiori alla bolla dot-com degli anni ’90.
Secondo Torsten Slok, economista di Apollo Global Management, la situazione di oggi è addirittura peggiore di quella di 25 anni fa: il livello di sopravvalutazione dei titoli leader dell’S&P 500, in larga parte aziende legate all’AI, ha ormai superato quello della vigilia del crollo del 2000. Il rapporto prezzo/utili (P/E ratio) delle prime dieci società dell’indice è in crescita costante da cinque anni; le stesse società rappresentano oggi circa il 28% del valore dell’S&P 500, contro il 14% di appena due anni fa. Ma gli utili faticano a tenere il passo degli investimenti massicci.
L’espansione è dunque trainata più da aspettative future che da ritorni effettivi. Meta ha previsto di investire oltre 60 miliardi quest’anno, Microsoft e Amazon stanno costruendo nuovi data center, ma i profitti restano molto inferiori alle spese. Il rischio è che la fiducia degli investitori si riveli fragile. L’episodio del crollo in Borsa in seguito al debutto di DeepSeek, che ha generato un’ondata di vendite e cancellato oltre 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione in poche ore, ha mostrato quanto sia volatile il settore, dominato da aspettative e hype più che da risultati consolidati.
Nonostante le previsioni di crescita rapida del mercato dell’AI generativa (85 miliardi di ricavi entro il 2029 secondo S&P Global), il gap tra le aspettative e i risultati concreti richiama pericolosamente le dinamiche speculative che precedettero i crolli del 2000 e del 2007.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (08/03/2025).

