I servizi professionali sembrano essere il nuovo terreno di conquista per i venture capitalist della Silicon Valley, convinti che l’intelligenza artificiale possa trasformare settori tradizionalmente a bassa marginalità. General Catalyst guida questa strategia con 1,5 miliardi di dollari destinati a creare aziende “AI-native” capaci di acquisire imprese consolidate e raddoppiarne i margini, puntando su comparti che vanno dall’IT legale ai customer service. Altri attori come Mayfield ed Elad Gil seguono approcci simili, attratti dalla possibilità di replicare nel mercato dei servizi professionali (dal valore di circa 16 trilioni di dollari annui) i margini elevati caratteristici dell’industria del software.
Eppure, alcui dati mostrano un quadro meno lineare. Una ricerca condotta dall’Università di Stanford e BetterUp Labs ha acceso.i riflettori sul fenomeno del cosiddetto workslop: output generati dall’IA che appaiono accurati ma risultano di scarsa qualità, obbligando i colleghi a lunghe correzioni. Lo studio stima un costo occulto di circa 186 dollari al mese per lavoratore, pari a oltre 9 milioni annui in perdita di produttività per un’azienda di 10.000 dipendenti.
Il rischio è che le promesse di margini stellari vengano erose proprio dai limiti delle tecnologie adottate. Se da un lato gli investitori minimizzano questi rischi e vedono nella complessità tecnica dell’IA una barriera competitiva, dall’altro il workslop mette in discussione la sostenibilità delle promesse di efficienza. Le aziende acquisite potrebbero trovarsi a dover scegliere tra la riduzione del personale, con un conseguente aumento degli errori non corretti, o al contrario il suo mantenimento, erodendo così i margini previsti.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (13/05/2025).

