Recentemente, ex primi ministri e altri autori australiani hanno reagito con indignazione alla scoperta che Meta ha utilizzato le loro opere dal dataset LibGen per addestrare la sua IA. Quest’ultimo, pubblicato da The Atlantic, ha permesso agli scrittori di verificare l’uso illecito delle proprie opere letterarie.
L’impresa statunitense, che sta già affrontando una causa legale negli USA da parte di Ta-Nehisi Coates e Sarah Silverman per violazione del copyright, continua ad assumere una posizione altamente discutibile. Difatti, alcuni documenti giudiziari mostrano come Mark Zuckerberg approvò l’uso del dataset citato precedentemente malgrado conoscesse la sua natura illegale.
Come si può immaginare, le reazioni dal mondo letterario sono diverse. Holden Sheppard, autore di Invisible Boys, ad esempio, critica duramente la non eticità di quest’episodio, chiedendo nuove regole per l’IA generativa in Australia. La giornalista Tracey Spicer e la critica Alexandra Heller-Nicholas, invece, fanno leva maggiormente sullo sfruttamento del loro lavoro intellettuale, sottolineando come gli autori australiani guadagnino raramente più di 18.000 dollari all’anno. Infine, Sophie Cunningham della Australian Society of Authors accusa le multinazionali di trattare gli scrittori come “servi della gleba” mentre accumulano profitti.
In questo quadro molto discusso, Meta continua, da una parte, a non rilasciare commenti, mentre, dall’altra, sta facendo pressioni sull’amministrazione Trump per ottenere una classificazione di “fair use”. Nel frattempo, all’interno di questo gioco di potere, altre aziende come OpenAI stanno stipulando accordi con gli editori per usare legittimamente i loro contenuti.
Leggi l’articolo completo ‘No consent’: Australian authors ‘livid’ that Meta may have used their books to train AI su The Guardian.
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