In un’epoca di crescenti autoritarismi, la difesa della privacy digitale diventa un’arma cruciale. Sorveglianza di massa e raccolta di dati personali da parte di governi e aziende minacciano sempre più le libertà individuali. In più, la tecnologia progredisce velocemente ma le leggi che dovrebbero tutelare gli utenti rimangono sempre più di un passo indietro.
Le radici del problema affondano nel Third-Party Doctrine, una dottrina giurisprudenziale statunitense e risalente agli anni ’70, che elimina la protezione per i dati personali conservati da terzi, come social media, cloud o broker. Questo significa che chi detiene le informazioni potrebbe cederle senza problemi, lasciando governi e vigilanti liberi di usarli per tracciare migranti, perseguitare chi supporta l’aborto, o punire i dissidenti. Come è successo dopo l’11 settembre, le aziende spesso cedono alle pressioni dei governi, anche a dispetto della propria policy interna. Spetta agli Stati adottare leggi sulla minimizzazione dei dati, regolamentare i broker, limitare l’accesso governativo e vigilare sulle tecnologie di sorveglianza.
Proteggere la privacy digitale è una battaglia cruciale in questo momento politico e l’azione non può essere individuale. C’è bisogno di un intervento statale fatto di leggi più restrittive e moderne. Rimane, come sempre, un dubbio: saremo in grado di riconoscere il valore della privacy digitale e di quanto questa tuteli i nostri diritti fondamentali?
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Immagine generata con DALL-E3.

