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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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Equità digitale e infodemia: strumenti per non lasciare nessuno indietro

Infodemia

Introduzione

Siamo travolti da input informativi e disinformativi, in una iperbole empatica e disempatica, che a partire dalla pandemia di COVID-19, ha portato alla ribalta un concetto di cui oggi siamo pervasi: l’infodemia, ovvero la diffusione massiva e incontrollata di informazioni, spesso false o fuorvianti, che ostacolano la risposta sanitaria e possono creare una sfiducia nella scienza e nei sistemi sanitari.

L’infodemia e le vulnerabilità sociali

L’infodemia non colpisce tutti allo stesso modo. Alcuni gruppi sociali sono maggiormente vulnerabili per ragioni legate alla possibilità di accesso alle tecnologie, alle competenze digitali, al livello di istruzione o alla lingua. Queste persone sono più esposte al rischio di disinformazione e conseguentemente al rischio di operare scelte sbagliate per la propria salute.

Equità digitale nella sanità

Per questo oggi stiamo iniziando a porci il problema di esplorare un ambito ancora poco noto: quello dell’equità digitale nella sanità. Abbiamo infatti iniziato ad interrogarci sull’impatto degli strumenti e dei servizi digitali sulla salute. Il processo di empowerment del cittadino va ben oltre la semplice possibilità di utilizzo della banda larga per accedere ad internet; gli strumenti che vengono progettati e resi disponibili sono davvero strumenti inclusivi o, magari involontariamente si rischia di escludere le persone che avrebbero maggiore bisogno di supporto? In un mondo sempre più digitalizzato, l’equità digitale è diventata una condizione necessaria per garantire il diritto alla salute, diritto sancito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che riconosce il godimento del più alto standard possibile di salute come uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano, senza distinzione di razza, religione, ideologia politica, condizione economica o sociale. L’OMS riconosce il diritto alla salute come diritto umano universale e lo considera un prerequisito per la pace e la sicurezza.

Infodemia: origini e impatto

L’infodemia durante il COVID ha determinato stati d’animo confusi e alterni nelle popolazioni, che si sono trovate nel mezzo di un bombardamento mediatico che a volte ne ha determinato uno schieramento polarizzato verso questa o quella fazione scientifica. Ma questo fenomeno nasce ancor prima, infatti il termine infodemia è stato coniato da David J. Rothkopf, analista politico e saggista statunitense, in un articolo pubblicato su: The Washington Post il 14 maggio 2003, durante l’epidemia di SARS nell’articolo:“When the Buzz Bites Back”. In questo articolo l’autore evidenziava come, oltre al virus biologico, si stesse diffondendo un “virus informativo” parallelo, potenzialmente altrettanto pericoloso, capace di alimentare panico, discriminazione e scelte politiche disfunzionali. L’infodemia pertanto si può determinare come un fenomeno strutturale, legato all’ecosistema digitale e alla crisi della fiducia che viene generata nei confronti del sistema delle fonti informative fino ad abbracciare un più vasto ambito istituzionale. Per questo richiede strumenti di analisi e di intervento sistemici, che tengano conto della complessità e della multidimensionalità della problematica.

I Digital Health Equity Audits (DHEA)

Per affrontare queste sfide, il nostro gruppo di ricerca (Biondi M, Filippetti F, Brandi G, Ravaglia E, Filippetti S, Barbadoro P. The Role of Digital Health Equity Audits in Preventing Harmful Infodemiology. JMIR Infodemiology. 2025 May 30) ha proposto un modello ispirato alla pratica degli audit sanitari, adattandolo al contesto dell’infodemiologia. I Digital Health Equity Audits (DHEA) sono strumenti che consentono di analizzare in modo sistematico l’impatto di contenuti o strumenti digitali sulla salute delle popolazioni, con un’attenzione specifica alle dimensioni dell’equità. Il Digital Health Equity Audit (DHEA), è uno strumento strategico pensato per valutare e correggere le disuguaglianze che possono emergere nell’adozione di tecnologie digitali in ambito sanitario.

I punti principali del Digital Health Equity Audit (DHEA) si possono così riassumere:

  1. identificazione dei gruppi a rischio cioè quelle persone svantaggiate nell’accesso, nella fruizione, nell’utilizzo o nella comprensione delle tecnologie digitali sanitarie (es. persone anziane, con bassa alfabetizzazione digitale, persone con disabilità, aree rurali etc.)
  2. valutazione dell’equità nei dati e nei contenuti: analizzare se le fonti digitali sono accessibili, comprensibili e culturalmente appropriate per tutti i gruppi di popolazione
  3. identificare azioni ad alto impatto per affrontare i Determinanti Digitali della Salute (DDoH) e le disuguaglianze. Si propongono interventi mirati per affrontare le specifiche barriere e disuguaglianze legate ai DDoH esaminando le evidenze scientifiche per guidare le scelte strategiche più efficaci. Ad esempio: offrire formazione personalizzata in alfabetizzazione digitale per anziani; collaborare con centri anziani per creare hub di supporto tecnologico; promuovere iniziative per ampliare la banda larga a livello locale, sostenere politiche che richiedano alle piattaforme di telemedicina il rispetto di elevati standard di accessibilità.
  4. dare priorità alle azioni con il maggior impatto sull’equità: vanno privilegiate le azioni più efficaci nel colpire le cause profonde delle disuguaglianze digitali. Il processo di definizione delle priorità deve coinvolgere attivamente gli stakeholders, in particolare quelli delle comunità interessate.
  5. implementare e sostenere il cambiamento: le azioni vanno sostenute altrimenti si rischia di tornare ad un livello che potrebbe essere addirittura peggiorativo rispetto alla condizione precedente. Quindi occorre un piano di implementazione, assegnando risorse adeguate (fondi, personale, partnership) ed eseguendo le azioni prioritarie. Può essere utile e proficuo formulare linee guida pratiche per decisori e istituzioni sanitarie affinché adottino misure correttive e inclusive, facendo comprendere anche ai decisori politici l’importanza di politiche digitali inclusive che, oltre ad un indubbio beneficio di salute per la popolazione, possono aver un ritorno molto positivo sulla loro immagine e sul loro profilo pubblico.

Co-progettazione e partecipazione attiva

Un elemento centrale in questo tipo di processo è il principio della co-progettazione. Le persone più esposte ai rischi informativi non devono essere trattate come destinatari passivi delle politiche sanitarie digitali, ma come interlocutori attivi. Coinvolgere attivamente le comunità a potenziale rischio di esclusione nella progettazione di interventi e contenuti digitali è eticamente giusto e strategicamente efficace. Infatti aiuta a costruire fiducia, ad adattare i messaggi alle specificità culturali e a ridurre le barriere comunicative.

Conclusioni

In sintesi ed in conclusione: se vogliamo contrastare davvero l’infodemia, dobbiamo renderci conto che non basta “correggere” la disinformazione dopo che si è diffusa: occorre prevenire creando un ambiente socio-tecnologico più inclusivo e consapevole. L’equità digitale è il terreno su cui si gioca questa sfida. I Digital Health Equity Audits ci portano da un approccio centrato sulla tecnologia a uno centrato sulla persona. In un’epoca in cui l’IA (l’intelligenza artificiale), i social media e gli strumenti digitali ridefiniscono il rapporto tra cittadini e istituzioni, la vera innovazione è la capacità di non lasciare indietro nessuno. “Leaving no one behind”: Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, adottata dalle Nazioni Unite nel 2015. In questo scenario, anche l’intelligenza artificiale può essere un alleato strategico, se guidata da criteri di equità, trasparenza e accessibilità.

Massimiliano Biondi¹, MSc, MD; Fabio Filippetti²; Giorgio Brandi³, PhD; Elsa Ravaglia⁴; Sofia Filippetti⁵; Pamela Barbadoro⁶, PhD

¹ Direzione Medica, Presidio Ospedaliero di Fabriano, World Federation of Public Health Associations – Gruppo di Lavoro GHEDT, Azienda Sanitaria Territoriale Ancona (AST AN), Fabriano, Italia

² Unità di Prevenzione e Promozione della Salute nei Luoghi di Vita e di Lavoro della Regione Marche, Ancona, Italia

³ Unità di Igiene, Dipartimento di Scienze Biomediche, Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, Urbino, Italia

⁴ Azienda Sanitaria Territoriale Pesaro-Urbino (AST PU), Pesaro, Italia

⁵ Dipartimento di Sanità Pubblica e Pediatria, Università di Torino, Torino, Italia

⁶ Unità di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica, Dipartimento di Scienze Biomediche e Sanità Pubblica, Facoltà di Medicina, Università Politecnica delle Marche, Ancona, Italia

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2025).

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