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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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Homo sapiens e il destino dell’esteriorizzazione

evoluzione

Come già diversi suoi predecessori, Homo sapiens si è trovato lungo una china evolutiva, in cui le informazioni genetiche relative al comportamento cominciavano a latitare, lasciando il posto alle informazioni culturali. Potremmo aggiungere che Homo sapiens è l’animale che si è spinto più avanti lungo questa china. In molte altre specie vediamo infatti la presenza della cultura nell’organizzazione dei loro moduli di comportamento, ma in nessuna di esse osserviamo un’incidenza tanto forte delle informazioni culturali, come invece avviene in Homo sapiens. È facilmente intuibile il vantaggio evolutivo di questa relativa sproporzione: le informazioni culturali, che si formano all’esterno dell’organismo, ovvero nella rete delle relazioni sociali in cui esso è coinvolto, sono modificabili, revocabili, sostituibili, il che consente una rapidissima adattabilità agli ambienti sia naturali sia sociali. Con questa dotazione di informazioni culturali di continuo riformulabili gruppi di Homo sapiens sono stati in grado di lasciare alle spalle il continente africano e di spingersi a esplorare e colonizzare le più diverse parti del mondo.

Homo sapiens è dunque la specie di ominidi che con maggiore successo ha saputo interpretare e sfruttare a proprio vantaggio lo squilibrio tra i due tipi di informazioni, così che le guide maggiori del suo comportamento si trovano non già all’interno del suo organismo, nel suo DNA, bensì all’esterno, al di là dei confini del suo corpo. In effetti, è in questo spazio esterno che la nostra specie pone in gioco, per così dire, il suo destino; è lì, fuori dal suo corpo, che essa costruisce e accumula la cultura da cui dipendono la sua sopravvivenza, il suo successo, la sua sicurezza, il suo benessere. Mediante questi processi di esteriorizzazione, la nostra specie si è in parte svincolata dagli schemi dell’evoluzione biologica per intraprendere e diventare protagonista di una serie impressionante di acquisizioni o avanzamenti tecnici e culturali. Come tutte le altre specie, essa si trova inserita nelle dinamiche dell’evoluzione biologica, e tuttavia all’evoluzione biologica ha sovrapposto e intrecciato – non sostituito – ciò che non si può chiamare altro che ‘progresso’: un qualcosa di indubbiamente inedito.

Foto di Nick Morrison su Unsplash

Tutto ciò ebbe inizio con l’acquisizione della stazione eretta. Come ebbe a rimarcare molto bene André Leroi-Gourhan (2018: 78), «eravamo disposti ad ammettere qualsiasi cosa, ma non di essere stati cominciati dai piedi». Proprio con la stazione eretta si determinò la liberazione delle mani e della bocca, organi ormai pronti per dare inizio a due grandi correnti tipiche ed esclusive della cultura umana: una capacità di fabbricazione di utensili mai vista prima, e una capacità di eloquio, ovvero invenzione e uso del linguaggio articolato, di cui mai nessuna specie prima era stata capace. Ancora una volta – è il caso di ribadire – i prodotti di queste invenzioni (così come le informazioni culturali che ne sono alla base) si collocano e si accumulano nello spazio esterno degli organismi. Sempre secondo Leroi-Gourhan, «tutta l’evoluzione umana contribuisce a porre al di fuori dell’uomo ciò che, nel resto del mondo animale, corrisponde all’adattamento specifico», ed è proprietà tipicamente umana quella di «collocare la propria memoria al di fuori di sé stesso, nell’organismo sociale» (2018: 277). Già nel 1964 – data della prima edizione di Le Geste et la Parole di Leroi-Gourhan – egli coglieva infine nella «esteriorizzazione del cervello» (2018: 297), base di ciò che noi ora chiamiamo IA (intelligenza artificiale), l’esito di un tipo di percorso che ha segnato l’intera storia di Homo sapiens. Occorre aggiungere che con l’esteriorizzazione si determina il progresso, non già semplicemente come idea, mito o aspirazione, ma come realtà oggettiva, da considerare sia nei suoi processi formativi e cumulativi, sia nei suoi prodotti.

Come si vede dalle notazioni di Leroi-Gourhan, lo spazio esterno non è fatto soltanto di cose, di oggetti fisici (la cultura materiale di cui parlano gli antropologi), alcuni dei quali deperiscono e scompaiono, mentre altri permangono e si accumulano: è fatto anche di processi e di azioni. In particolare, l’esteriorizzazione del cervello significa l’attivazione di processi che assumono una loro autonomia. Per cogliere bene questo punto, sarà sufficiente rilevare il tipo di esteriorizzazione del cervello consentito dalla scrittura: ciò che viene esteriorizzato è un prodotto intellettuale, che la scrittura rende stabile, così da attraversare anni e millenni, tale da poter essere condiviso con tutti coloro che avranno appreso il codice con cui è stato elaborato. Il prodotto è fermo e tale rimane fino a che il lettore (un qualsiasi lettore) riattiverà quel prodotto (il testo scritto) mediante operazioni di analisi, commento, interpretazione, riutilizzazione delle idee, dei significati o dei significanti (per esempio le parole), in esso contenuti. Con l’espressione «esteriorizzazione del cervello» Leroi-Gourhan alludeva non a ‘prodotti’, ma a ‘processi’ attivi, di ordine mentale, dotati di autonomia. Mentre la scrittura, una volta formulata e depositata nello spazio esterno, rimane un prodotto bloccato, fino a che un secondo utilizzatore la fa propria e la riattiva, un cervello esteriorizzato continua invece a funzionare nello spazio culturale in cui si inserisce e che contribuisce a ricreare e ad espandere.

Prima, però, di concentrarsi sul cervello esteriorizzato dovuto alla tecnologia informatica, base dell’intelligenza artificiale (IA), conviene chiedersi se nelle società umane non assistiamo forse ad altri tipi, più tradizionali e comuni, di esteriorizzazione del cervello: che cosa sono infatti divinità e spiriti che animano lo spazio esterno, intersoggettivo, sociale e culturale, se non entità dotate di pensiero, di capacità intellettive, di norma superiori alle capacità dei comuni mortali, spesso talmente superiori da essere imperscrutabili? Per coloro che hanno una fede religiosa, tali intelligenze non sono certo dovute a un processo di esteriorizzazione da parte degli umani: da sempre esse popolano lo spazio sociale, così come quello naturale, o persino sovrannaturale. Per il credente, l’autonomia di queste intelligenze è tale da non avere bisogno del sostegno umano: sono semmai gli umani e i loro destini a dipendere da questi enti superiori. Ludwig Feuerbach è il filosofo che ha maggiormente insistito sulla visione opposta: queste menti superiori, sovraumane, sono appunto l’esteriorizzazione del pensiero, dell’animo e dei sentimenti umani (è l’alienazione religiosa di cui parlava il filosofo tedesco), e sono gli uomini che le attivano e che conferiscono loro un notevole grado di autonomia e di superiorità. Noi umani, con la nostra cultura, facciamo esistere dèi e spiriti come menti da cui dipendiamo.

Foto di Mayur Keni su Unsplash

Qualcosa di analogo non si verifica anche con l’intelligenza artificiale? Beninteso, nel caso di divinità e spiriti l’esteriorizzazione della mente umana è di tipo ‘mitologico’, mentre nel caso di IA l’esteriorizzazione è una faccenda ‘tecnologica’ e ‘scientifica’. Ma, a leggere l’ultimo libro di Nello Cristianini (2024), professore di Intelligenza Artificiale all’Università di Bath, colpiscono alcune convergenze. Quando egli afferma che «non era mai successo nella nostra storia evolutiva che potessimo conversare con un’entità non umana» (2024: 52), come invece ora facciamo per esempio con ChatGPT, forse potremmo proporre una lieve rettifica: ciò che la tecnologia non aveva finora mai fatto, era invece stato fatto da molte religioni. Quando poi afferma che «non abbiamo ancora un metodo perfetto per controllare il comportamento» degli agenti dell’IA, in quanto «non sappiamo che informazioni siano contenute in questi modelli» (2014: 73), si apre uno iato tra le nostre capacità di controllo e la relativa autonomia degli agenti IA, che ricorda assai da vicino quanto avviene tra noi mortali e i nostri spiriti e divinità. Solo che questa volta non si tratta di agenti mitologici (che solo le credenze o le religioni umane rendono attive): questa volta si tratta di agenti che abitano nello spazio di esteriorizzazione delle nostre tecnologie e la cui intelligenza rischia non soltanto di mettere in dubbio il titolo di Homo sapiens, che alcuni di noi (a cominciare da Linneo) hanno voluto attribuire alla nostra specie, ma di sottrarsi alle nostre capacità di controllo. Abbiamo voluto essere dèi (Harari 2017, Remotti 2013): rischiamo ora che certi prodotti delle nostre esteriorizzazioni ci sopravanzino in questa deificatio moderna, in questo progresso di divinizzazione.

Riferimenti bibliografici

Cristianini Nello 2024: Machina sapiens. L’algoritmo che ci ha rubato il segreto della conoscenza, Bologna, il Mulino;

Harari Yuval 2017: Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità, Milano, Bompiani;

Leroi-Gourhan André 2018: Il gesto e la parola, Milano, Meltemi;

Remotti Francesco 2013: Fare umanità. I drammi dell’antropo-poiesi, Roma-Bari, Laterza.

Immagine: Foto di Eugene Zhyvchik su Unsplash

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