L’intelligenza artificiale viene percepita in modi radicalmente diversi nelle varie culture globali. In Occidente domina il timore, mentre l’Oriente manifesta una visione più positiva e integrata.
La differenza appena esposta si può anche esplicare nel modo seguente: l’immaginario occidentale è influenzato da narrazioni apocalittiche alla “Terminator”, mentre quello orientale è plasmato da figure amichevoli più simili ad “Astro Boy”. Questo divario, sebbene presupponga inevitabilmente delle generalizzazione, persiste nonostante in paesi come la Cina l’IA venga talvolta impiegata per il controllo sociale.
Le motivazioni alla base di questa divergenza sono svariate. Secondo Valeria Lazzaroli, presidente dell’Ente nazionale per l’Intelligenza artificiale, figure influenti come Hawking e Musk hanno contribuito a creare un “panico morale controllato” in Occidente, rafforzando una visione binaria dell’IA, etichettata o come salvezza o catastrofe. In contrasto, la tradizione di “animismo tecnologico” giapponese e l’idea confuciana di ordine sociale cinese auspicano notevolmente l’integrazione tecnologica.
Difatti, studi condotti in vari paesi confermano queste differenze: i tedeschi temono l’IA per quanto riguarda la privacy e l’autonomia, mentre i cinesi vedono l’IA come strumento di progresso sociale. Lo stesso AI Act europeo, basato fortemente sul concetto di rischio, potrebbe aver contribuito a rafforzare queste concezioni. Lo stesso l’AI Act europeo, basato sul concetto di rischio, potrebbe involontariamente alimentare eventuali allarmismi.
Lazzaroli, dunque, conclude che la paura dell’IA è principalmente morale e riflette preoccupazioni più profonde sulle intenzioni di chi sviluppa queste tecnologie. Per tale motivo, la sfida è passare “da un immaginario catastrofista a una pedagogia del rischio” attraverso un’alleanza tra etica, scienza, educazione e partecipazione democratica.
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