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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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II. Solitudine artificiale

Solitudine digitale

Il problema della solitudine, intesa come condizione umana di sofferenza[1], è stato già affrontato, nelle sue linee generali, nel precedente contributo.

In questo scritto, invece, si porrà l’attenzione sulla possibilità che le nuove tecnologie possano creare delle relazioni con l’essere umano e per far ciò si partirà dall’analisi dagli studi compiuti su “ELIZA” un programma di Weizenbaum che intraprendeva, già dagli anni ‘70, colloqui con gli utenti con lo stile di uno psicoterapista[2]. Se così fosse, la macchina, oggi “apparato digitale”, potrebbe essere un rimedio alla solitudine o alla sofferenza che ne consegue.

Al giorno d’oggi, l’intelligenza artificiale si è evoluta: è nota con il nome di “bot” e si presenta agli utenti come una sorta di compagnia alla quale spesso gli individui affidano i propri pensieri, dilemmi e preoccupazioni. Questo nuovo tipo di “robot sociali” impongono alcune riflessioni sia sulla differenza tra connessione e relazione, sia sulla distinzione tra il coinvolgimento con un oggetto e l’impegno con un soggetto.

Occorrerebbe da ultimo chiedersi, se questa relazione uomo-macchina, evolvendosi nel corso del tempo, possa far provare all’individuo un sentimento come quello dell’affetto o in termini più generali l’effetto di una relazione interpersonale.

In questa prospettiva, già nel 2009, David Hanson, nel corso della conferenza TED, presentò un robot simile ad Albert Einstein in grado di discutere sulla teoria della relatività ed in questo contesto, discusse del suo progetto di creare “robot empatici[3] come semi di speranza per il nostro futuro”[4].

L’attaccamento a un programma per computer è stato studiato anche in informatica da Cory Kidd[5], il quale ha dimostrato come le connessioni dell’essere umano con il virtuale si intensificano maggiormente quando ci si sposta dal virtuale (in cui gli avatar condividono i nostri gesti, movimenti ed aspetto) al robotico corporeo.

Mentre nel rapporto tra esseri umani, si è di fatto costretti ad accettare la complessità altrui, tollerando ambiguità e delusioni, al fine di intrattenere dei rapporti realistici, questo lavoro, è inesistente nel caso in cui si intrattenga una relazione con i robot, in quanto essi sono sprovvisti dell’alterità tipica dell’essere umano: non sono liberi né dotati di sentimenti e non vi è la necessità di un confronto con una visione differente dalla nostra.

La complessità delle relazioni umane insieme alla fatica che richiede l’intrattenere rapporti con gli esseri umani, si scontra quindi, con la compagnia dei robot, i quali sono sempre disponibili e non richiedono, allo stato attuale, alcun tipo di impegno, tanto da costituire per qualcuno un luogo sicuro in un mondo di incertezze. Ciò in quanto i robot, possono essere personalizzati ed avere delle reazioni prevedibili, basate sulle preferenze dell’utente.

La distinzione esistente, a mio giudizio, tra solitudine digitale, che postula una relazione tra esseri umani mediata dagli strumenti digitali, e solitudine artificiale, che al contrario ha come presupposto un’interazione con l’IA, deve essere messa in evidenza ed occorrerebbe problematizzarla.

Innanzitutto, sarebbe opportuno chiedersi se tra essere umano e “macchina” è possibile che si instauri una relazione e se questo tipo di rapporto possa essere percepito dall’uomo come una relazione in grado di soddisfarlo tanto da non fargli percepire il sentimento di solitudine.

L’interazione con la macchina è equiparabile o addirittura sostituibile alla relazione umana?

La relazione interumana, per Ricoeur, è costituita essenzialmente dalla dialettica tra identità ed alterità e si fonda sul riconoscimento reciproco: l’altro è un soggetto con cui stabiliamo un rapporto reciprocamente asimmetrico, cioè riconosco l’altro simile eppure diverso.

Una relazione è essenziale per lo sviluppo dell’identità dell’essere umano, poiché è proprio l’incontro con l’alterità che permette all’individuo di conoscere meglio sé stesso[6]. Ciò in quanto, come Ricoeur ha evidenziato in Percorsi del riconoscimento, l’ipseità consente all’essere umano di rispondere alla domanda “chi sono io?”

In altre parole, la conoscenza del sé non avverrebbe in modo diretto, quanto piuttosto attraverso la mediazione tra l’essere umano, l’altro ed il mondo esterno. Ed è proprio la relazione, che nello scambio di dare e ricevere[7], consente all’individuo di scoprire la propria identità, che non è mai data una volta per tutte, ma sempre ed in continua costruzione ed evoluzione.

Una relazione con l’IA, al contrario, non permette questo confronto né tantomeno la scoperta della propria identità, poiché essa non possiede una narrativa propria, non essendo dotata di una dimensione di alterità irriducibile[8].

L’IA, quindi, non oppone alcuna resistenza esistenziale, non è dotata dell’imprevedibilità propria dell’essere umano, né tantomeno è vulnerabile, ma essa viene programmata per adattarsi e fornire risposte capaci di soddisfare l’essere umano.

Tornando, quindi, all’esempio di ELIZA e di altri bot simili, si può dire che ciò che l’essere umano percepisce come sentimento “comprensione” non è reale, ma soltanto simulato, in quanto frutto di calcoli degli algoritmi fondati su dati forniti dall’utente (quali ad esempio le proprie aspettative, sogni, desideri).

Il riconoscimento, quindi, è solo illusorio poiché non c’è resistenza o alterità: esso costituisce solo un eco del nostro discorso e del nostro essere. La solitudine artificiale si radica, dunque, in quella che apparentemente sembra essere una perfetta relazione, non autentica e che di fatto corrisponde unicamente ad una proiezione sofisticata di noi stessi, dove manca tutto ciò che può legare nell’amicizia: lo unum elle, unum nolle.

Una simile dinamica di compiacimento potrebbe, inoltre, generare nell’essere umano, un impoverimento della sua capacità di riconoscimento autentico, poiché, come Ricoeur ricorda, la relazione comporta un rischio esistenziale, ovvero, sia la possibilità dell’altro di deluderci, sia la vera e propria messa in gioco continua di sé stessi: tutte situazioni che nel rapporto con l’IA difficilmente possono accadere.

Nella relazione ricoeuriana, infatti, l’altro ci sorprende e ci contraddice, generando un riconoscimento autentico del sé; al contrario, nella relazione con l’IA viene instaurato un rapporto fondato sul compiacimento, dove l’alterità viene in un certo senso addomesticata. Ed è proprio questa assenza di resistenza, unita alla mancanza di incontro con una realtà autentica, a generare la solitudine artificiale e cioè quella condizione in cui apparentemente si è in una relazione, ma in realtà si rimane chiusi in una bolla algoritmica profondamente soli.

Nella solitudine artificiale, quindi, più le connessioni con la tecnologia aumentano, maggiormente siamo esposti al rischio di non essere capaci di “riconoscerci reciprocamente”.

Infatti, il riconoscimento reciproco, come già scritto, costituisce condizione essenziale per la conoscenza di sé e della propria identità umana. Questa condizione di isolamento diviene, pertanto, talmente profonda, in quanto mascherata dall’illusione di vivere una relazione soltanto perché si è connessi.

La sfida dell’essere umano non consiste nel rifiuto totale della tecnologia, bensì nella consapevolezza dei limiti della stessa, comprendendo che la relazione autentica, capace di permetterci di conoscere meglio noi stessi e di non sentirci soli, può essere instaurata solo tra esseri umani ed evitare di scambiare il nostro “riflesso algoritmico” per un altro con cui rischiare, e godere, la relazione. 

Immagini generate tramite DALL-E. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2025).


[1] Cfr. Lonliness in H. Arendt, Le origini del totalitarismo e Cfr. G. Truscelli, https://staging-5aae-magiadotnews.wpcomstaging.com/dalla-solitudine-digitale-alla-solitudine-sintetica-problemi-e-riflessioni-parte-i-solitudine-digitale/.

[2] S. Turkle, Insieme ma soli, Perchè ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, Codice, 2012.

[3] Dal 2010 in Giappone, è possibile acquistare al costo di 225.000 dollari un robot con la propria immagine o quella di chiunque altro in S. Turkle, op. cit.

[4] S. Turkle, ibidem.

[5] C.D. Kidd, Sociable Robots: the role of presence and task in human-robot Interaction, Tesi di master al MIT, 2003.

[6] C. Di Martino, Figure della Relazione. Saggi su Ricoeur, Patocka e Derrida, Edizioni di pagina, 2018. 

[7] L’altro, per Ricoeur, essendo diverso oppone una sorta di resistenza che si traduce nell’irriducibilità del sé messa a confronto con l’io.

[8] La macchina, infatti, non possiede un proprio vissuto e non conosce la vulnerabilità.

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