Nell Stevens, nella sua riflessione, parte dal seguente quesito: quanto è importante l’autenticità per poter apprezzare l’arte? Questa domanda affascinante è scaturita in seguito ad un incontro casuale con un uomo che le raccontò una bugia sul British Museum, sostenendo che tutte le opere esposte fossero copie. Anche se poi scoprì che non era vero, quell’episodio la fece riflettere profondamente.
I dubbi, tuttavia, rimangono. Molti esperti stimano che tra il 40% e il 50% delle opere d’arte in vendita siano false, come, ad esempio, il caso emblematico de il “Sansone e Dalila” di Rubens alla National Gallery, sulla cui autenticità si discute da decenni. Inoltre, un’analisi condotta con l’intelligenza artificiale ha persino suggerito una probabilità maggiore, che arriva addirittura al 90%. Ma ecco il paradosso: alcuni studi scientifici dimostrano che quando crediamo che un’opera sia autentica, la giudichiamo automaticamente più bella e preziosa. È il nostro cervello che ci inganna, non solo i falsari. Come i sommelier che non riescono a distinguere vini costosi da quelli economici, anche noi facciamo fatica a separare l’esperienza estetica dal contesto narrativo.
L’aspetto ironico di tale questione, dunque, è che mentre usiamo l’AI per smascherare i falsi, la stessa tecnologia produce inganni sempre più sofisticati. Pertanto, conclude Stevens, forse c’è qualcosa di bello nell’essere ingannati: rivela la nostra umanità vulnerabile e la nostra capacità di emozionarci davanti all’arte, indipendentemente dalla sua autenticità.
Leggi l’articolo completo What if every artwork you’ve ever seen is a fake? su The Guardian.
Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (13/07/2025).

