L’accesso alla connessione umana sta diventando in vari settori un privilegio riservato ai più abbienti, mentre l’IA si propone come soluzione per i meno avvantaggiati. Nel campo della terapia, dell’istruzione e dei servizi personali, la tecnologia sta assumendo un ruolo crescente. Piattaforme come Vedantu e Clare&me, ad esempio, utilizzano l’IA per colmare il divario, offrendo tutoraggio e supporto mentale attraverso chatbot e strumenti automatizzati. Mentre scuole d’élite nella Silicon Valley combinano apprendimento automatizzato e interazione umana, molte realtà meno fortunate si affidano esclusivamente a software, lasciando gli utenti senza un reale supporto diretto.
La crescente dipendenza dall’IA evidenzia una disparità di risorse. I ricchi, consapevoli del valore dell’attenzione umana, continuano a investire in servizi personalizzati. Chi non se lo può permettere, invece, si ritrova a doversi accontentare di tecnologie “meglio di niente”. Questa dinamica contribuisce a una “crisi di depersonalizzazione”, con alienazione e solitudine sempre più diffuse.
Mentre l’IA tenta di mitigare alcune carenze, sembra amplificare le disuguaglianze già esistenti, lasciando che siano i più vulnerabili a pagare il prezzo dell’assenza di interazioni umane autentiche.
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Immagine generata tramite DALL-E 3.

