L’innovazione portata dall’intelligenza artificiale rischia di accentuare le disuguaglianze esistenti tra Nord e Sud del mondo, a meno che non si intervenga per evitarlo. Molti paesi del Sud globale, come Trinidad e Tobago, restano ai margini delle principali discussioni sull’IA, limitando così il loro coinvolgimento economico e geopolitico in una tecnologia che domina le economie industrializzate.
Il divario si manifesta, ad esempio, nell’accesso agli eventi accademici e alle infrastrutture tecnologiche, con ostacoli come il rilascio dei visti per i ricercatori africani o la scarsità di hub tecnologici nei paesi in via di sviluppo. Si sente spesso parlare di “democratizzazione” dell’IA, ma sembrerebbe si tratti piuttosto di una promessa non mantenuta. I vantaggi si concentrano soprattutto nei paesi con maggiori risorse, mentre la maggior parte del lavoro manuale sottopagato associato all’IA si svolge proprio nel Sud del mondo.
Analogamente a quanto avvenuto con le materie prime come caffè e cacao, anche i dati e il lavoro di etichettatura sono esportati a basso costo, mentre il potere decisionale rimane nelle mani di chi può sostenere i costi energetici e tecnologici più elevati. Questo modello ripropone uno squilibrio strutturale, lasciando i paesi in via di sviluppo ancora una volta in una posizione svantaggiata nel mercato globale, questa volta dell’informazione.
Per far si che l’IA diventi davvero inclusiva, risulta necessario un cambiamento che comprenda una maggiore rappresentanza delle prospettive del Sud del mondo, la costruzione di infrastrutture autonome e un nuovo modello di sovranità sui dati. In questo modo l’IA potrà essere valutata non solo per la sua innovazione tecnologica, ma anche per il reale miglioramento della qualità della vita delle popolazioni più emarginate.
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Immagine generata tramite DALL-E 3. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (20/07/2025).

