Gli attuali sistemi di intelligenza artificiale, come ChatGPT e Gemini, spesso vengono dipinti come precursori di un’imminente era di intelligenza artificiale “superumana”. Tuttavia, dietro questa retorica si nasconde una pericolosa ideologia che mina ciò che è veramente importante nell’essere umano, afferma Shannon Vallor, filosofa delle tecnologie.
Questi sistemi AI mancano delle qualità basilari delle menti umane, non condividono con gli esseri umani la coscienza o la sensibilità, la capacità correlata di provare cose come il dolore, la gioia, la paura e l’amore. Inoltre non hanno la minima percezione del loro posto e del loro ruolo in questo mondo, tanto meno la capacità di viverlo.
Durante una conferenza sull’apprendimento automatico, Vallor ha interrogato Yoshua Bengio, vincitore del premio Turing, sulle implicazioni nel definire l’IA come “superumana”. Mentre Bengio ha difeso questa visione, è importante riconoscere che l’intelligenza umana va oltre la capacità di risolvere compiti in modo efficiente.
La definizione di intelligenza artificiale “superumana” sta cambiando, concentrandosi ora sulla capacità di superare gli esseri umani in compiti economicamente validi anziché eguagliare la mente umana in tutti i suoi aspetti. Questa visione riduttiva cancella il vero significato dell’essere umano e della sua intelligenza, in quanto presume che quella artificiale superi quella umana ma senza tenere in considerazione di tutti i suoi limiti. Definire l’IA un’intelligenza “superumana” rischia di vanificare tutta una serie di capacità che definiscono l’essere umano differenziandolo da una mera macchina e rendendolo unico. Si potrebbe infatti arrivare anche discutere sull’ausilio del termine “intelligenza” quando si parla di IA.
Potrebbe diventare sempre più necessario riconoscere il valore delle capacità umane, smettendo di ridurle a meri compiti economici. In questa maniera sarebbe possibile immaginare una società in cui l’IA rimanga prettamente uno strumento.
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Immagine generata tramite DALL-E 3.

