Il settore dei semiconduttori sta vivendo un periodo di euforia che ricorda molto quello che precede un crollo economico. Come nel capitalismo tradizionale, il ciclo di “boom and bust” sembra inevitabile: la domanda crescente spinge a investimenti massicci, creando una capacità produttiva in eccesso che, una volta saturata, potrebbe portare a un crollo dei prezzi e a difficoltà per molte aziende.
Attualmente, l’industria dei microchip è al centro di una corsa agli investimenti. Le sovvenzioni governative, come il Chips Act degli Stati Uniti e l’analogo piano europeo, puntano a riportare la produzione di semiconduttori in Occidente e a ridurre la dipendenza dall’Asia, in particolare da Taiwan, che detiene una quota significativa della produzione globale.
Le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina stanno amplificando l’importanza strategica dei semiconduttori. Infatti, gli Stati Uniti hanno imposto un embargo su tecnologie avanzate e macchinari essenziali per la produzione dei microchip più sofisticati, per frenare il progresso cinese in questo campo. Dal canto suo, la Cina ha reagito con misure proattive, investendo massivamente nella propria capacità produttiva e puntando a dominare i segmenti meno avanzati ma ancora cruciali dei semiconduttori.
In Europa, il ruolo è più contenuto, ma significativo, con investimenti come quello di ST Microelectronics in Italia che mira a posizionare il continente come attore rilevante nel mercato globale dei semiconduttori.
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