L’intelligenza artificiale generativa è capace di simulare il linguaggio naturale, di restituire risposte coerenti e persuasive, di istaurare un dialogo con l’uomo. Questo dialogo sintetizzato presenta dei limiti che non attengono alla natura macchinica delle risposte ma alla possibilità di far spegnere il dialogo, per assenza di domande. Il mito di Theuth raccontato da Platone può offrirci una chiave di lettura utile.
L’uso di ChatGPT tra studenti e docenti
A inizio giugno, con la chiusura della scuola, si è registrato un calo netto e progressivo dell’utilizzo di ChatGPT. Questo andamento non sembra essere casuale bensì rappresenta un indicatore preciso dell’impiego dell’intelligenza artificiale generativa in ambito studentesco. Difatti, la medesima dinamica si ripete ciclicamente nei fine settimana e durante le vacanze. In sintesi, la riduzione dell’attività scolastica coincide con una contrazione dell’uso dei Large Language Models.

Almeno questa è la fotografia scattata dalla rivista Futurism[i] sulla base dei dati pubblicati dalla piattaforma AI OpenRouter[ii], dati che sebbene abbiano alcune limitazioni, dacchè riferibili a circa 2,5 milioni di utenti, rappresentano una fonte comunque indicativa sull’utilizzo dei modelli di intelligenza artificiale generativa. In effetti, la correlazione appare plausibile posto che non è la prima volta che essa viene dimostrata.
Già nel 2023, Business Insider[iii]aveva ipotizzato che il calo delle interrogazioni a ChatGPT fosse legato alla sospensione estiva delle attività scolastiche. Successivamente, nel settembre dello stesso anno, Bloomberg[iv] riportava un incremento del traffico in concomitanza con la ripresa dell’anno accademico.
Questa ricorrenza stagionale rafforza l’ipotesi di un legame strutturale tra calendario scolastico e intensità d’uso, suggerendo che l’intelligenza artificiale generativa venga percepita da studenti e docenti come strumento funzionale alla didattica curricolare.
Senza ulteriori verifiche, però, tale relazione non può essere assunta come prova del presunto ruolo dell’AI generativa quale fornitore di elaborati, testi precompilati e ricerche pronte all’uso, quasi fosse un moderno bignami digitale. I dati registrati non suggeriscono un uso sostitutivo del pensiero critico, con conseguente riduzione dell’esercizio cognitivo, dell’allenamento della memoria e della capacità di produrre argomentazioni in autonomia. In altri termini, i dati riportati non ci consentono di trarre conclusioni definitive e la mancanza di accesso al report completo limita la possibilità di un’analisi approfondita. Non possiamo escludere, quindi, che strumenti come ChatGPT possano effettivamente costituire un ausilio per accelerare l’apprendimento e potenziare la creatività, come vuole la narrazione ufficiale.
Se i dati sull’uso dell’AI non bastano per decretare quale direzione prevarrà – uso sostitutivo o migliorativo dell’esercizio cognitivo – restano aperte alcune domande cruciali: cosa accade al dialogo quando l’interlocutore non è più umano? Il dialogo resta uno strumento di conoscenza anche quando è simulato dalla macchina? Oppure i ‘costi cognitivi’[v] derivanti dall’apprendimento macchinico legittimano le preoccupazioni di chi guarda con sospetto all’impiego di tali sistemi nella costruzione della conoscenza?
Il mito di Theuth e il dialogo con le macchine
Per affrontare questi interrogativi non basta l’analisi dei dati, può esser utile una cornice concettuale capace di andare oltre il piano fattuale e incentrata sulla funzione del dialogo nella costruzione del sapere. Probabilmente, il mito platonico di Theuth può offrire una chiave interpretativa sorprendentemente attuale, a partire dalla celebre metafora del libro come una statua che, se interrogata, non risponde. Applicando questa immagine al presente, l’analogia si arricchisce di una sfumatura decisiva poiché si può replicare che, oggi, la statua risponde! A differenza del testo scritto in un libro, l’AI generativa sembra replicare la vitalità del dialogo, fornendo risposte che mutano in funzione delle domande. Sembra così realizzare quella visione di Platone circa l’apprendimento come uno scambio interpersonale di conoscenze.
Sappiamo, però, che il dinamismo della macchina è solo apparente, poiché il meccanismo sottostante non poggia sulla comprensione del contenuto, bensì su una sofisticata elaborazione statistica delle occorrenze linguistiche. Ciò configura un dialogo inanimato, in cui la risposta è generata sulla base di correlazioni probabilistiche piuttosto che di un’autentica comprensione del senso. Volendo sintetizzare il nucleo di questa critica possiamo concludere che una cosa è la competenza linguistica apparente, altra è la comprensione semantica genuina.
Eppure, non possiamo tralasciare che l’AI è un sistema adattivo capace di generare combinazioni inedite. Così come non dobbiamo omettere quel dibattito scientifico che indaga forme emergenti di rappresentazione concettuale (emergent abilities) e modelli ibridi che combinano forme di ragionamento, cercando di superare la visione di un funzionamento inteso come mera frequenza statistica.

Per queste ragioni, il riferimento alla metafora platonica non può essere proposto in maniera anacronistica: sebbene l’analogia con la statua silente sia suggestiva, ancor più in un’epoca in cui la ‘statua risponde’, l’immagine va collegata alla critica platonica verso la scrittura. E, dunque, quando Theuth propose al re Thamus l’arte della scrittura utilizzò queste parole: «Questa conoscenza, o re, renderà gli egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza». La risposta del re non tardò ad arrivare: «O ingegnosissimo Theuth, c’è chi è capace di creare le arti e chi è invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno… Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza e non la verità: infatti essi, divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti».
Al cuore della critica tramandata col mito di Theuth c’è la presa d’atto di una rivoluzione in corso, rappresentata dall’affermarsi della scrittura eppoi c’è l’avvertenza di guardare, più in generale, al rapporto tra tecnologia e conoscenza. La scrittura ha limiti rispetto a quello che era lo strumento principale di conoscenza: la dialettica, il dialogo capace di adattarsi all’interlocutore, di chiarire ambiguità, di stimolare domande e generare nuova comprensione.
Parallelamente, la trasformazione in atto con l’introduzione dell’AI generativa richiede una consapevolezza critica dei suoi limiti, in particolar modo nell’ambito dell’apprendimento macchinico, evitando quindi giudizi in via aprioristica.
Opportunità e rischi per l’apprendimento
In ambito educativo, tale valutazione non può essere ridotta alla sola dimensione semantica o cognitiva – che per ora l’AI non possiede – ma deve piuttosto considerare la capacità dei sistemi di AI di amplificare, accelerare o facilitare i processi umani di costruzione della conoscenza. In questa prospettiva, possiamo notare che gli strumenti generativi sono già impiegati per personalizzare materiali didattici, adattandoli al livello di competenza dello studente e fornendo feedback immediato, secondo logiche di adaptive learning[vi]. Le prestazioni dell’AI aprono la strada a un tipo di supporto all’apprendimento che va oltre i limiti degli strumenti digitali tradizionali.
In conclusione, la metafora platonica si rivela preziosa per sollecitare una vigilanza critica di fronte alle trasformazioni tecnologiche, senza alzare barricate. Essa ci mette in guardia dal rischio, già vissuto in altre svolte tecnologiche della storia, di una stagione in cui alcune facoltà cognitive potrebbero affievolirsi rispetto ad altre. E se un tempo il pericolo era che la scrittura cristallizzasse il pensiero in simboli muti, oggi rischiamo che la ‘statua parlante’ possa farci abituare alla comodità di interrogare e avere risposte, immediate e plausibili, e possa farci disabituare a saper interrogare noi stessi. Il dialogo rischia di estinguersi non per le risposte macchiniche ma per assenza di domande, per pigrizia o comodità cognitiva, saturazione informativa ed affidamento eccessivo nello strumento. In questo scenario, il dialogo resta – e deve restare – il motore della conoscenza.
Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2025).
[i] https://futurism.com/openai-use-cheating-homework
[ii] https://openrouter.ai/provider/openai
[iii] https://www.businessinsider.com/chatgpt-usage-falling-students-summer-break-bad-sign-openai-microsoft-2023-7
[iv] https://www.bloomberg.com/news/articles/2023-09-20/chatgpt-usage-is-rising-again-as-students-return-to-school
[v] https://www.media.mit.edu/projects/your-brain-on-chatgpt/overview/
[vi] UNESCO (2021). AI and education: Guidance for policy-makers. UNESCO (2023), ChatGPT and artificial intelligence in higher education: Quick start guide.

