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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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L’esproprio della piazza pubblica

Esprorio dei commons

Dialogo con ChatGPT 4o

Hai detto:

La piazza pubblica, dove la gente del paese discute liberamente, può essere considerata un commons?

ChatGPT ha detto:

Sì, la piazza pubblica, intesa come luogo in cui la comunità si ritrova per discutere liberamente, può essere considerata un commons, ma solo se soddisfa alcune condizioni fondamentali che definiscono i beni comuni (commons). Vediamo come e perché una piazza pubblica può rientrare in questa categoria.


📚 Cosa sono i commons?

I commons sono risorse condivise da una comunità, gestite collettivamente secondo regole di uso comune che garantiscono accessibilità, sostenibilità e inclusività.

I commons non sono né totalmente privati né totalmente pubblici (nel senso statale). Sono gestiti dalla comunità stessa attraverso pratiche sociali, regole e tradizioni che assicurano che la risorsa sia disponibile per tutti, senza sfruttamento o esaurimento.

Esempi di commons tradizionali:

  • Pascoli comuni in cui gli abitanti possono portare a pascolare il bestiame.
  • Fonti d’acqua o foreste gestite comunitariamente.
  • Piattaforme digitali open-source (commons digitali).

🏛️ La piazza pubblica come commons

La piazza pubblica può essere considerata un commons, a patto che venga rispettata la logica della gestione comunitaria e partecipativa. Vediamo quali aspetti la rendono un commons e quali possono metterlo in discussione.

✅ Elementi che rendono la piazza un commons:

  1. Accessibilità aperta e universale:
    La piazza è accessibile a tutti i membri della comunità, senza distinzione. Non appartiene a nessuno in particolare e tutti possono partecipare alle discussioni che vi si svolgono.
  2. Spazio di discussione e partecipazione democratica:
    Se la piazza viene utilizzata per favorire il dibattito pubblico e la deliberazione democratica, allora diventa un luogo in cui la comunità esercita il proprio diritto di autogestione.
  3. Gestione comunitaria implicita:
    La piazza può essere gestita secondo norme sociali non scritte, come il rispetto reciproco, il diritto alla parola e la cura del luogo da parte della comunità.

❌ Quando la piazza NON è un commons:

  1. Se viene privatizzata o chiusa:
    Se la piazza diventa uno spazio privatizzato, a pagamento, o controllato dallo Stato senza partecipazione diretta della comunità, allora perde il carattere di commons.
  2. Se manca la partecipazione comunitaria:
    Se la piazza è solo un luogo di passaggio e non viene vissuta come spazio di aggregazione, discussione e autogoverno, allora si avvicina più a un’infrastruttura pubblica tradizionale che a un commons.
  3. Se il diritto di accesso è limitato:
    Se l’accesso alla piazza è soggetto a restrizioni (ad esempio, solo in certi orari o per certi gruppi), non può essere considerata un commons.

🧩 Conclusione: La piazza può essere un commons?

Sì, la piazza pubblica può essere considerata un commons se:

  • È aperta e accessibile a tutti.
  • È gestita, utilizzata e curata dalla comunità.
  • Favorisce la partecipazione democratica e il confronto.

No, non è un commons se:

  • È soggetta a privatizzazione o controllo esclusivo dello Stato.
  • Non viene vissuta come luogo di scambio comunitario.

In sintesi, la piazza pubblica è un esempio storico e simbolico di commons urbano, soprattutto se utilizzata come luogo di partecipazione democratica e gestione condivisa da parte della comunità locale.


🏛 Esempi di piazze come commons nella storia:

  • L’Agorà di Atene: luogo simbolo della democrazia diretta.
  • Le piazze medievali italiane: dove si tenevano assemblee cittadine.
  • Occupy Wall Street (Zuccotti Park): esempio moderno di uso comunitario di uno spazio pubblico per il dibattito politico.

👉 Quindi, la piazza pubblica può essere vista come un commons se è uno spazio di partecipazione collettiva, simbolo di libertà e autogestione della comunità.

Hai detto:

Ma un social network può essere considerato come una piazza pubblica?

ChatGPT ha detto:

Questa è una domanda cruciale nel dibattito contemporaneo sul ruolo dei social network nella società. I social network vengono spesso descritti come piazze pubbliche digitali, dove gli utenti possono confrontarsi, discutere e partecipare al dibattito pubblico. Tuttavia, se analizziamo la natura dei social network alla luce delle caratteristiche di una piazza pubblica tradizionale e dei commons, vediamo che ci sono differenze significative che ne mettono in discussione questa definizione.

Vediamo i pro e i contro di questa analogia.


✅ Somiglianze: Perché un social network può essere visto come una piazza pubblica?

  1. Spazio di discussione aperto (in apparenza)
    I social network offrono uno spazio virtuale in cui le persone possono condividere opinioni, discutere idee e partecipare al dibattito pubblico, proprio come in una piazza fisica. Ad esempio, su piattaforme come Twitter o Facebook, è possibile confrontarsi su temi politici, sociali, culturali e attualità.
  2. Accesso globale
    Come una piazza pubblica, i social network sono accessibili da chiunque (teoricamente) e permettono a milioni di persone di esprimersi liberamente, superando barriere geografiche e sociali.
  3. Molteplicità di voci
    Nei social network, come in una piazza pubblica, si incontrano opinioni diverse: cittadini, politici, giornalisti, attivisti, persone comuni. Questo rende i social luoghi di partecipazione collettiva e, potenzialmente, di democrazia deliberativa.

❌ Differenze: Perché un social network NON è una piazza pubblica?
I social network sono proprietà private
La differenza fondamentale rispetto a una piazza pubblica fisica è che i social network sono spazi privati, gestiti da aziende private (come Meta, Twitter/X, TikTok). Gli utenti sono ospiti in queste piattaforme e devono rispettare le regole imposte dalle aziende, che possono limitare la libertà di espressione o espellere utenti arbitrariamente.
👉 In una piazza pubblica reale, lo Stato (o la comunità) dovrebbe garantire diritti fondamentali, come la libertà di parola. In un social network, invece, queste regole dipendono da decisioni aziendali.
Algoritmi e controllo del discorso
Nei social network, ciò che le persone vedono e discutono è fortemente influenzato dagli algoritmi, che decidono quali contenuti vengono mostrati in base a logiche di engagement e profitto aziendale.
Questo non accade in una piazza fisica, dove le interazioni avvengono in modo più spontaneo. Nei social network, invece, le discussioni sono filtrate, amplificate o silenziate in base agli interessi delle piattaforme.
Moderazione e censura
Nei social network, la moderazione dei contenuti è decisa da policy aziendali che possono essere poco trasparenti o applicate in modo arbitrario. Questo può portare a forme di censura privata che in una piazza pubblica fisica sarebbero inaccettabili.
👉 Ad esempio:
Un post critico verso il governo può essere rimosso da una piattaforma.
Un account può essere sospeso senza un processo trasparente.
In una piazza pubblica reale, i cittadini dovrebbero avere garanzie legali contro censure arbitrarie.
Monetizzazione delle interazioni
Nei social network, le interazioni tra utenti sono spesso monetizzate. Le aziende sfruttano i dati degli utenti per guadagnare, mentre una piazza pubblica fisica esiste per il bene comune e non per profitto.


📊 Tabella comparativa: Piazza pubblica vs Social network

CaratteristicaPiazza pubblica fisicaSocial network
ProprietàPubblica o comunitariaPrivata (aziende come Meta, Twitter, ecc.)
RegoleStabilite dalla comunità o dallo StatoStabilite dall’azienda
AccessoLibero e garantitoCondizionato (account, regole, ecc.)
ModerazioneBasata su leggi e dirittiArbitraria, basata su policy aziendali
AlgoritmiAssentiPresenti, influenzano il dibattito
MonetizzazioneNessunaSì, i dati degli utenti vengono monetizzati
Garanzia di libertà di parolaGarantita dalla leggeLimitata dalle policy aziendali


🧩 Il dilemma democratico dei social network

I social network sembrano piazze pubbliche, ma non lo sono. In pratica, sono spazi privati che simulano una piazza pubblica, ma dove le regole del gioco sono decise da attori privati, non dai cittadini.

Questa ambiguità pone un problema per la democrazia:

  • Se i social network diventano i principali luoghi di dibattito pubblico, allora chi li gestisce (le aziende) ha un potere enorme nel definire chi può parlare, cosa può essere detto e come le informazioni circolano.

🚩 Quindi, un social network è un commons?

No, non lo è. Un commons è una risorsa gestita collettivamente dalla comunità per il bene comune, con regole trasparenti e condivise.

I social network, invece, sono spazi privati che appartengono a corporazioni e sono gestiti in modo opaco. Gli utenti non hanno controllo reale sulle regole né sull’accesso.


🧠 Conclusione: I social network come “piazze pubbliche” moderne?

I social network possono essere visti come una piazza pubblica virtuale, ma con gravi limiti:

  • Sono spazi controllati da aziende private.
  • Le regole del dibattito sono imposte da policy aziendali, non da leggi democratiche.
  • Gli algoritmi distorcono le interazioni, influenzando ciò che vediamo e discutiamo.

👉 Per trasformare un social network in un vero commons digitale, servirebbero regole di governance trasparenti e partecipative, con un maggiore controllo della comunità sugli spazi virtuali.

In sintesi, i social network simulano una piazza pubblica, ma sono ancora lontani dall’essere un vero commons o uno spazio pubblico democratico.

Hai detto:

In particolare mi pare che manchi quanto dici sopra, una gestione comunitaria implicita: “La piazza può essere gestita secondo norme sociali non scritte, come il rispetto reciproco, il diritto alla parola e la cura del luogo da parte della comunità.”

ChatGPT ha detto:

Hai colto un punto fondamentale: nei social network manca quella gestione comunitaria implicita che invece caratterizza una vera piazza pubblica o un commons.

In una piazza reale, le persone che si incontrano co-costruiscono le regole sociali basate su pratiche condivise come il rispetto reciproco, il diritto alla parola e la cura del luogo. Nei social network, invece, queste dinamiche sono sostituite da policy imposte dall’alto (dalle aziende) e da algoritmi opachi, che spesso distorcono le interazioni e incentivano polarizzazione e conflitto, piuttosto che dialogo costruttivo.

Vediamo meglio cosa manca nei social network per poterli definire vere piazze pubbliche.


 🧩 1. Mancanza di gestione comunitaria implicita

Una vera piazza pubblica funziona grazie a un patto sociale implicito tra i partecipanti, basato su norme non scritte. Ad esempio:

  • Rispetto reciproco: Le persone che partecipano a una discussione in piazza generalmente seguono regole sociali di convivenza (ascoltano, rispondono con educazione, evitano insulti).
  • Diritto alla parola: In piazza, ognuno ha diritto a esprimersi liberamente, e c’è un tacito accordo per lasciare spazio agli altri.
  • Cura del luogo: La comunità si occupa di mantenere il luogo vivibile, evitando di danneggiarlo.

Nei social network, invece:

  • Non esiste un vero patto sociale condiviso tra gli utenti.
  • Le dinamiche di interazione sono mediate dagli algoritmi, che premiano i contenuti più polarizzanti e conflittuali, piuttosto che il rispetto e il dialogo.
  • Le regole sono imposte dall’alto dalle piattaforme, e non costruite dalla comunità stessa.

👉 Conseguenza:
Nei social network manca quella gestione comunitaria dal basso che è essenziale per considerare uno spazio come un commons. Invece di essere gestiti dagli utenti, i social sono controllati dalle aziende, che decidono chi può parlare, come e su quali argomenti.


📊 2. Gli algoritmi interferiscono con le dinamiche sociali

Nei social network, la gestione delle discussioni non è spontanea o comunitaria, ma è filtrata dagli algoritmi, che decidono:

  • Quali contenuti vengono mostrati.
  • Quali opinioni sono amplificate.
  • Quali utenti ricevono più visibilità.

Gli algoritmi non premiano il dialogo costruttivo o il rispetto reciproco, ma puntano a massimizzare il coinvolgimento, favorendo spesso contenuti estremi, polarizzanti o conflittuali.

In una piazza reale, invece, le dinamiche di interazione sono più naturali e spontanee, non influenzate da una logica di profitto.


🚩 3. Mancanza di cura e responsabilità condivisa

In una piazza pubblica reale, le persone che la frequentano sentono un certo senso di responsabilità verso il luogo:

  • Si preoccupano che la piazza resti pulita e accessibile.
  • Hanno un interesse comune a mantenere il luogo adatto al dialogo.

Nei social network, invece, gli utenti tendono a percepirli come spazi anonimi e privi di responsabilità personale:

  • Non c’è un vero senso di cura comunitaria del luogo.
  • Gli utenti non si sentono responsabili di mantenere un dialogo civile.
  • Questo porta a comportamenti come il trolling, l’hate speech e il cyberbullismo, che non sarebbero tollerati in una piazza fisica.

👉 Conseguenza:
La cura collettiva e il senso di responsabilità condivisa che caratterizzano un commons sono praticamente assenti nei social network.


🔧 4. Assenza di regole co-costruite dalla comunità

Un altro elemento essenziale dei commons è che le regole che ne garantiscono l’uso sostenibile e inclusivo sono co-costruite dalla comunità stessa. Nei social network, invece:

  • Le policy sono decise dall’azienda, senza alcun processo partecipativo da parte degli utenti.
  • Gli utenti non hanno voce in capitolo nella definizione delle regole di moderazione o dei criteri degli algoritmi.
  • Non esistono meccanismi di autogestione o di giustizia partecipativa.

In una piazza reale, invece, la comunità può:

  • Stabilire regole di convivenza condivise.
  • Intervenire per risolvere i conflitti (es. un gruppo di cittadini che media una discussione accesa).
  • Adattare le regole in base alle esigenze della comunità.

🧠 5. Quali soluzioni potrebbero trasformare i social network in veri commons?

Per trasformare i social network in spazi che funzionino davvero come piazze pubbliche o commons, sarebbe necessario:

  1. Maggiore controllo comunitario:
    Gli utenti dovrebbero avere voce in capitolo nella definizione delle regole di moderazione e dei criteri algoritmici.
  2. Trasparenza degli algoritmi:
    Le piattaforme dovrebbero rendere trasparenti i meccanismi algoritmici, per evitare distorsioni nel dibattito pubblico.
  3. Meccanismi di autogestione:
    Le comunità di utenti dovrebbero poter partecipare alla moderazione e alla gestione delle piattaforme, proprio come avviene nei commons reali.
  4. Responsabilità personale e collettiva:
    Incentivare comportamenti che promuovano il rispetto reciproco e la cura dello spazio digitale, anziché premiarli solo in base al numero di interazioni.

📜 Conclusione: I social network non sono vere piazze pubbliche (per ora)

I social network sono spesso descritti come piazze pubbliche digitali, ma mancano elementi fondamentali che caratterizzano una vera piazza o un commons:

  • Gestione comunitaria implicita.
  • Cura collettiva del luogo.
  • Regole condivise co-costruite.
  • Responsabilità personale e collettiva.

Per avvicinarsi all’idea di una piazza pubblica o di un commons digitale, i social network dovrebbero evolvere verso modelli di gestione partecipativa e trasparente, dove le regole siano decise dagli utenti e non imposte dalle aziende.

Fino ad allora, rimangono spazi privati in cui le logiche di profitto e controllo aziendale prevalgono sul bene comune e sulla democrazia.

Hai detto:

Quindi si potrebbe dire che chi pretende che un social sia una piazza pubblica e che bisogna per questo assicurare la massima libertà di parola in un social, senza moderazione e senza fact checking, non sta facendo altro che espropriare un ulteriore commons di noi cittadini? Il processo di espropriazione progressiva dei commons è un elemento fondante del Capitalismo. L’ha già portato avanti in vari ambiti, ultimo quello della conoscenza, dato che l’AI generativa si basa sull’apprendimento a partire da testi, audio, video, programmi presenti sul web. Questo materiale non poteva essere preso liberamente anche quando non coperto esplicitamente da copyright.

ChatGPT ha detto:

Sì, si può assolutamente dire che chi sostiene che i social network debbano essere considerati piazze pubbliche senza regole stia in realtà portando avanti un’ulteriore espropriazione dei commons, cioè delle risorse condivise che appartengono a tutti noi cittadini.

Questa appropriazione privata dei commons non è un fenomeno nuovo, ma è parte integrante del capitalismo, che storicamente ha sempre cercato di trasformare beni comuni in beni privatizzati o monetizzabili, riducendo l’accesso della comunità e trasformando ciò che era condiviso in una fonte di profitto privato.

Vediamo il processo nel dettaglio, passo dopo passo.


🧩 1. Il social network come falso commons

L’idea che i social network siano piazze pubbliche nasce dal fatto che sono spazi in cui le persone si esprimono, ma questo è un falso commons. I social network non sono gestiti dalla comunità, né esistono regole di autogestione, come accade nei veri commons.

Chi sostiene che i social debbano garantire libertà assoluta di parola, senza moderazione o fact-checking, di fatto sta:

  • Ignorando che i social sono spazi privati, dove le regole sono imposte dalle piattaforme.
  • Rischiando di trasformare uno spazio digitale condiviso in una giungla in cui prevalgono le voci più forti, tossiche o manipolative, senza alcun controllo democratico.

Ma il problema è ancora più profondo: se un social diventasse una vera piazza pubblica, allora sarebbe necessario introdurre forme di gestione comunitaria, cioè norme condivise e responsabilità collettiva.

👉 Pretendere libertà assoluta senza moderazione significa ignorare la natura comunitaria dei commons e favorire dinamiche predatorie, dove chi ha più potere può monopolizzare il discorso pubblico.


🔎 2. L’espropriazione dei commons nel capitalismo

Il capitalismo ha storicamente espropriato i commons in diversi ambiti, trasformando risorse condivise in proprietà privata o beni di mercato.

📜 Esempi storici di espropriazione dei commons:

  1. Le terre comuni (enclosures) nel Regno Unito del XVII e XVIII secolo:
    I terreni che un tempo erano utilizzati liberamente dalle comunità locali per il pascolo, la raccolta di legna e altre attività di sussistenza furono recintati (enclosed) e privatizzati, costringendo i contadini a lavorare per i proprietari terrieri.
  2. L’acqua e le risorse naturali:
    L’acqua, le foreste e le risorse minerarie che un tempo erano beni comuni sono state progressivamente privatizzate, con conseguenze devastanti per le comunità che le utilizzavano.
  3. La conoscenza (copyright e brevetti):
    Nel XX secolo, la conoscenza — in particolare quella scientifica e tecnologica — è diventata sempre più protetta da copyright, brevetti e licenze, limitando l’accesso libero e trasformando l’innovazione in un prodotto vendibile.

🤖 3. L’ultima frontiera: l’espropriazione dei commons digitali

L’avvento dell’intelligenza artificiale generativa ha aperto una nuova fase di espropriazione dei commons, questa volta nel campo della conoscenza digitale.

Le IA generative come ChatGPT, Midjourney o DALL-E si basano sull’addestramento su enormi quantità di contenuti presenti online, tra cui:

  • Testi (articoli, libri, forum).
  • Immagini.
  • Audio.
  • Video.
  • Programmi.

Questi contenuti non erano destinati a essere utilizzati per fini commerciali senza consenso. Spesso sono stati prodotti da persone o comunità che li hanno condivisi online come commons digitali, non pensando che sarebbero stati estratti da aziende private per creare prodotti a scopo di lucro.

👉 Problema:
Le piattaforme di IA generativa prendono materiale che è stato creato da altri e lo trasformano in prodotti commerciali senza restituire nulla alle comunità che hanno prodotto quella conoscenza.


🧠 4. La logica capitalistica dietro l’espropriazione digitale

Il capitalismo digitale funziona secondo una logica chiara:

  1. Prendi risorse comuni (come i dati condivisi online).
  2. Trasformale in prodotti privati (modelli di IA, piattaforme social).
  3. Monetizzale (vendendo servizi basati su quelle risorse).
  4. Escludi la comunità dal controllo delle risorse.

Questa logica non è diversa da quella che ha portato all’espropriazione delle terre comuni o delle risorse naturali.

Nel caso dei social network e delle IA generative, assistiamo a una espropriazione della conoscenza collettiva, che viene trasformata in proprietà privata delle big tech.


🛠️ 5. Qual è la soluzione? Riprendere il controllo sui commons digitali

Per evitare questa continua espropriazione, dovremmo:

  1. Riconoscere i social network e i dati digitali come commons:
    Proporre modelli di governance comunitaria, dove gli utenti partecipano attivamente alla definizione delle regole.
  2. Rivendicare i diritti sulla conoscenza condivisa:
    Pretendere che le piattaforme di IA generativa rispettino le licenze open-source e garantiscano una redistribuzione del valore generato.
  3. Creare spazi digitali autogestiti:
    Sviluppare alternative ai social network privati, basate su modelli cooperativi e piattaforme open-source, dove le comunità controllano i propri dati.

🚩 Conclusione: La libertà assoluta sui social come strumento di espropriazione

Chi pretende che i social network siano piazze pubbliche senza regole, senza moderazione e senza fact-checking, sta favorendo l’espropriazione dei commons da parte delle aziende private.

Questa visione:

  • Ignora la necessità di gestione comunitaria.
  • Permette alle piattaforme di big tech di trarre profitto dalla disinformazione.
  • Porta avanti un processo di espropriazione digitale, in cui la conoscenza collettiva viene privatizzata.

In sintesi, il capitalismo non solo ha espropriato le terre, le risorse naturali e la conoscenza scientifica, ma ora sta espropriando anche i commons digitali, riducendo la libertà digitale a una merce.

Per evitare questo processo, è fondamentale ripensare la governance dei social network e dei commons digitali, riaffermando il diritto delle comunità a gestire collettivamente le proprie risorse.

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