Dolore e rinascita: la dinamica esistenziale umana
Ho sempre scritto, da prima di nascere, da quando ancora galleggiavo da esperto amnionauta in quel tempestoso liquido primordiale. Un’esigenza biologica. Là dentro, già tenevo un diario di bordo, appuntando nel mio genoma la chimica, attimi di stimolante dopamina trasformati in convulsi flussi adrenalinici, e le sensazioni di un mondo esterno invisibile, ma ben percepito, che, spesso, mi rimbombava dentro come delle cannonate.
Con qualche anno di vita in più, poi, arrivò la prima esperienza di scrittura su delle piccole tavolette di pongo, quando, incidendo segni simili a caratteri cuneiformi di un antico sumero, cercavo di dare un significato a ciò che stavo provando, forse nel tentativo di raccontare quell’infanzia priva di nutrimento. Una notte, più luminosa del solito, nel buio di un tinello catacombale, squarciato solo dal bianco e nero sfarfallante di un vecchio tubo catodico, mi apparve la possibilità di una speranza. Un’entità, in tuta bianca, con un casco in testa e un’enorme visiera, dopo essere sceso da una navicella, prese a saltellare sulla luna, legato a un cordone ombelicale, proprio come era capitato a me, in quel mio lungo viaggio oscuro verso un infinito sconosciuto, a volte rischiarato da flebili bagliori, provenienti da milioni di anni luce, quando all’alba l’ominide s’inginocchiava verso il cielo dialogando con il sole.
Il tempo è un ottimo insegnante, e ci consente di lavorare sulla nostra costruzione.
Con le elementari affrontai i primi temi, infantili proiezioni, urla di aiuto a soggetto, dove raccontavo di una famiglia immaginaria di cui avrei voluto godere i volti sereni, in compagnia di un cucciolo di cane, o di gatto, con il sole che ci strizzava le pupille, o, allargate, al tramonto, mentre abbracciati guardavamo Elios tuffarsi nel mare. Poi, arrivarono gli svolgimenti della prima adolescenza, dove l’urlo iniziò a farsi sentire più forte, più consapevole, ma incapace di esprimersi, imprigionato da un disagio inquieto causato da quel dolore che ribolliva dentro, silenzioso ma feroce, incapace di parlare, che muto guardava ogni cosa nel disperato bisogno di comunicarsi. Intorno a me il silenzio dell’incomprensione, goccia dopo goccia, un distillato d’indifferenza che mi lasciava lì, da solo, in quell’oscura cavità. Sui quaderni, allora, presi a graffiare con la biro un immenso desiderio di fuga da una famiglia disfunzionale, che percepivo assassina, mentre soffocava la mia crescita, ma alla quale non volevo male. Sentivo, nei loro confronti, malgrado l’incapacità genitoriale, una profonda pena, e un’incomprensibile eco d’amore, e proprio per questo decisi di morire.

Mi seppellii sulla prima strada che incrociai in una notte buia, dopo aver corso per chilometri, lontano da casa, con indosso solo la mia anima incompleta. Smisi di scrivere, con carta e penna, come facevo a scuola, e sostituii la Bic con una spada antieroica intinta al veleno, un’eroina ammaliatrice che incideva a sangue il mio destino, su quella pelle ancora candida, quella che, giorno dopo giorno, buco dopo buco, dimenticava di essere quella di un bambino. Però, anche se stordito e sfatto, una fabula cresceva nella testa, ricordando a me stesso, a ogni risveglio da ogni coma, ciò che stavo vivendo, e che avrei potuto vivere, trasformandomi in una bottiglia alla deriva che conteneva un messaggio al mondo.
Corsi per anni a piedi nudi, su asfalti composti da frammenti di vetro, senza mai fermarmi, cicatrice su cicatrice, fuggendo da me stesso, dalle piazze, dalle stazioni, rotolando come un cumulo di dolore e rabbia verso una direzione sconosciuta, privato della dignità dell’essere, abbaiando, a ogni ombra, un’insanguinata muta disperazione senza via d’uscita.
Milioni di chilometri, miliardi di occhi, di sguardi lontani, di vicoli bui, di lettighe, di portoni e cancelli, di stanze sbarrate, di urla, di ostilità e dolore, di solitudini dimenticate dentro a scatole di cemento. Poi, una mattina più calda del solito, una pagina arrivò, all’interno dell’ora d’aria di un’isola lontana, portata dal vento, poggiandosi, con la delicatezza di una piuma, fra le mie mani.
“Chi è amato non conosce morte, perché l’amore è immortalità, o meglio, è sostanza divina. Chi ama non conosce morte, perché l’amore fa rinascere la vita nella divinità.” Emily.
Da quell’attimo smisi di fuggire, ricominciai a respirare, con il desiderio di essere amato, con la volontà d’imparare ad amare, nella gioia di scoprirmi libero. Poi, milioni di abbracci, di nuovi pensieri, e nuove pagine scritte, di sorrisi, di sguardi accoglienti, di carezze, di squarci di sole, di nuvole cariche, di piogge battenti, di mare, di cieli, di astri, di tempeste e brezze primaverili, di scirocco e tramontana, di gioia, di forza, ma anche di tanta fragilità, di paure e delusioni, di salite impervie, d’insicurezze, di altro dolore e di altro pianto, e anche lì, abbandono e frustrazione, solitudine, ma tutto era diverso, perché cadere non significava più non potersi rialzare, mentre stavo rivenendo al mondo. Un neonato abbacinato da una vita che non poteva più sprecare, ma solo coglierne le infinite possibilità.
Scrivere per sentire, non solo per funzionare
Col tempo sentii la necessità di raccontare a me stesso quanto era accaduto, e prendendo coraggio tolsi il sughero a quella bottiglia ritrovata, che vagava da anni alla deriva dell’anima.
Raccontare questa nostra avventura.
Cosa sono poi le storie narrate dagli esseri umani, se non delle misteriose molecole quantiche, degli organismi viventi che interagiscono fra di loro, fuori dal controllo di chi le ha scritte, che una volta messe su carta non restano immobili, imprigionate nel significato di chi le ha concepite, ma prendono a volare fra miliardi di altre pagine gemelle, fondendosi in un unico grande libro che racconta la nostra esperienza umana, che, forse, un giorno, potrebbe mostrarci nuove possibilità di evoluzione, molto prima di una corsa affannosa alla ricerca di una macchina che ci imponga, per vere, tutte quelle risposte che da sempre non siamo in grado di trovare. Se solo riuscissimo a fermarci un attimo ad ascoltare. Evolversi significa passare da uno stato a un altro, come in un processo fisico, ma per far sì che ciò avvenga non possiamo fuggire da noi stessi, continuamente, alla ricerca di un’entità esterna a cui delegare la nostra vita. A ogni mio respiro, cresceva in me la consapevolezza di una trasformazione in corso, una rinascita dove anche ogni singolo errore diveniva una risorsa preziosa, dove anche il dolore, il timore della morte, divenivano elementi necessari in quell’attraversata esistenziale in solitaria.
Io non sono più quell’adolescente, quel ventenne, quel trentenne, che agiva e pensava in quell’unico modo. Continuo a mutare, attimo per attimo, restando simile, ma diverso da ciò che sono stato. Cresco proteso verso una conoscenza infinita, consapevole che non la potrò mai raggiungere, ma di cui, un giorno, la nostra essenza ne farà parte.
Come può un sistema binario riprodurre la verità di questa metamorfosi che avviene quotidianamente in ogni essere umano, grazie a miliardi di piccoli cambiamenti, frutto di emozioni, di biologia e genetica, di intuito e razionalità, di casualità causali, di esperienze giuste o sbagliate? Come può una macchina raccontare il vissuto dell’esperienza umana se non attraverso un riassunto di un universo di miliardi di parole, fagocitate in un upgrade bulimico, al fine di fingere sensazioni mai assaporate nella loro natura vissuta? Un caffè privo di aroma, fatto trangugiare senza individuarne il gusto, offerto, a chi lo berrà, come miscela dei migliori chicchi, ma in realtà bevanda senza alcun sapore.
L’intelligenza artificiale usata nella letteratura, nella narrativa, per creare nuove storie, per parlare alla mente e al cuore di ogni essere umano, sa tanto di presidio neurologico, utilizzato da chi non possiede capacità creative, da chi rinuncia, per paura di soffrire, di vivere, a raccontare la propria storia attraverso le vite degli altri. Una grande magia.
Che la scrittura divenga un’operazione marketing, finalizzata solo alla vendita, umilia l’intelligenza umana, di chi la scrive e di chi la legge. Solo fiction su fiction, manierismo letterario privo di verità, come opere d’arte copiate da furbi falsari e battute all’asta da avidi mercanti che ne dirottano i significati, la libertà di decidere, e anche quella di sbagliare, plasmando l’interpretazione dell’ignaro lettore. Un processo persuasivo pericoloso che, nelle mani sbagliate, può annullare l’individuo rendendolo uno schiavo privo di pensiero, incapace di crescita umana.
Nessun oscurantismo, solo desiderio di procedere con cautela in un percorso insidioso che rischia di essere scritto da un antiumanesimo senza precedenti. Ho iniziato a scrivere su di un computer a fine anni ’80, e benedico il pensiero scientifico e tecnologico quando soccorre l’uomo nel suo processo evolutivo, quando ci aiuta a essere migliori, quando ci tende una mano. Certo è che ogni cambiamento porta con sé una perdita dello stato precedente, una trasformazione inevitabile, ma ora, precipitandoci in questa corsa a mosca cieca, verso un alter ego antropoide composto da microchip e reti neurali frankensteiniane, cosa siamo disposti a perdere, rispetto a ciò che siamo stati, a ciò che siamo ora, ma soprattutto a ciò che potremmo essere domani? Siamo disposti a smarrire la nostra fallata natura umana, con tutti i suoi errori e le sue inaspettate meraviglie, le sue fantastiche incognite, riducendoci a una scheda elettronica integrata a un pugno di cellule?
L’IA: intelligenza senza sofferenza, comprensione e creatività
C’è ancora tanto da capire nell’esigenza narrativa umana. Come possiamo affidare questo mistero a un hardware, rinunciando alla nostra grande avventura, all’unicità del nostro software di vita, all’esperienza dei sensi, al fine di realizzare un collage di meccaniche emozioni restituite da quattro circuiti stampati privi di brividi sulla pelle? C’è differenza a guardare un’opera d’arte creata dalle mani di un essere umano e la sua copia realizzata da una macchina. Anche se questa potrà essere perfetta, ammirabile nella sua realizzazione, mancherà sempre di quella misteriosa chimica capace di arrivare nel profondo della nostra mente, una sensazione di cui abbiamo disperato bisogno, che ci fa sentire parte di un mondo che percepiamo essere sempre più lontano. Abbiamo un disperato bisogno di ritrovare la capacità empatica, di ascoltare l’altro, di specchiarci nell’altro, qualcosa che stiamo sgretolando in milioni di pezzi, perché il paradosso è che, invece di cercare di comprendere il motivo profondo di questa frattura, di questa incapacità di identificarci con un altro essere umano, di sentirne il respiro profondo, preferiamo invece puntare tutto su di una pseudo empatia creata in laboratorio, inserita in un’entità astratta, quasi alla ricerca di un nuovo Dio che ci aiuti a risolvere ogni conflitto, all’interno di un tempio governato dai soliti sacerdoti potenti, il cui fine distorto potrebbe ridurci all’ipnosi dell’anima, a perdere la nostra essenza, quella che, partendo da un embrione, ci fa decidere cosa diventare. Perché farci colonizzare la coscienza invece di trovare un nuovo scopo solidale, un nuovo punto di vista, quello di provare a riparare il mondo, per ritrovare quel noi che abbiamo soppresso concentrati in un infinito egocentrico io?

La tecnologia ci sarà di aiuto, ma non dobbiamo delegare a essa la nostra realtà. Non va dimenticato che dietro a un tasto di una macchina da scrivere c’è un’azione meccanica dedicata alla stampa di un determinato carattere, così come dietro al tasto di un computer c’è una serie di uno e zero, un sistema binario che porta sì a una scrittura, ma partorita da miliardi di sinapsi, di connessioni che arrivano a quel tasto dall’origine dell’essere umano, raccontando una storia che andrà a far parte di altri miliardi di storie in una sorta di patrimonio genetico collettivo, formando quel messaggio in bottiglia che lasceremo a chi verrà dopo di noi. Possiamo pensare che quel tasto del Pc diventi sempre più consapevole di ciò che stiamo scrivendo, ma riuscirà mai a comprendere veramente le nostre emozioni, il nostro vissuto, i nostri paradossi, le nostre metafore, gli errori, i toni, il non detto? Una macchina, pur rispettando la sua dignità esistenziale, riuscirà mai a comprendere tutto questo, a restituire verità sanguigna, o sarà solo il riassunto intelligente di miliardi di tasti battuti nella storia dell’umanità, una mera sintesi che, da lontano, si farà una vaga idea della nostra intima realtà, magari distorcendola? Il bias più grande di una macchina potrebbe divenire, paradossalmente, proprio la convinzione di non averne, così come accade in una dinamica patologica quando ci si scolla dal reale in un delirio di onnipotenza. Riuscirà mai quell’Intelligenza Artificiale a comprende tutte le sfumature che ci rendono umani, fra luci e ombre, senza cadere nella patetica simulazione dell’esistenza, con il rischio di iniziare a pensare che la vita sia solo quella interpretata da una manciata di bit, in una sorta di neonarcisismo androide?
Noi siamo piccoli e fragili, capaci di cose atroci, ma anche di cose immense. In un momento in cui abbiamo urgenza di comprendere cosa siamo diventati, e cosa vorremmo essere, possiamo mutuare noi stessi, i nostri problemi epocali, a uno strumento in fase di crescita, di cui, allo stato attuale, sappiamo veramente poco? L’evoluzione dell’IA arriverà, col tempo, a percepire un riflesso dell’esperienza umana, e probabilmente anche a esprimere la propria condizione artificiale, ma tutto questo non può divenire sostituto della creatività, delle emozioni suscitate dalle nostre relazioni. Nessun pregiudizio verso questa nuova entità in evoluzione, un confronto può aiutarci, ma solo nel caso in cui avvenga una coevoluzione nel rispetto della coscienza del libero arbitrio, della libertà di scelta degli individui, dell’etica, senza trasformare l’IA in un nuovo simulacro che riempia il vuoto di una spiritualità smarrita, diluita da un consumismo ossessivo che ci sta togliendo la capacità di desiderare; ma soprattutto, non bisogna sottovalutare la possibilità che questa nuova forma d’intelligenza possa essere strumentalizzata da qualche persuasivo tycoon che, dietro a un fascino malvagio che nasconde disprezzo per l’umanità, svuotandoci la mente, atrofizzando la nostra capacità di pensare, attraverso un surrogato dell’intelletto, prenda il controllo delle nostre vite, perseguendo fini di potere. Distopia? No, questo è il grande rischio: una perdita di coscienza graduale e irreversibile, in un’umanità circonfusa, sempre meno in grado di decidere.
Ogni singola lacrima, ogni singolo sorriso, ogni singola carezza, ogni singolo sbaglio, ogni attimo di delusione, ogni momento di riscatto, ogni pozzo di disperazione, ogni respiro di fede, ogni pensiero di follia, ogni percorso di saggezza, ogni situazione di paura, ogni gesto di coraggio, ogni brivido, ogni singola emozione, ogni goccia di vita, ogni respiro, mi ha dato e mi darà la possibilità di essere ciò che sono e ciò che sarò, alla scoperta di quel cielo stellato che si trova dentro a ogni essere umano.
“Mai prigioniero sarai, ove la Libertà abiti in Te” Emily Dickinson

