Nel mondo del giornalismo c’è una paura condivisa che riguarda le intelligenze artificiali generative. Nel corso dell’evento di formazione “Artificially Informed” che ho organizzato con la collaborazione della redazione di Slow News, dell’Ordine dei giornalisti Lombardia e del Consolato U.S.A. a Milano, abbiamo, fra l’altro, raccolto dati per catalogare queste paure. C’è ansia per la sostituzione dell’umano, per la mancanza di controllo sui contenuti, per la produzione di deep fake e di contenuti mistificatori su larga scala.
I problemi del giornalismo contemporaneo, però, iniziano ben prima dell’avvento delle intelligenze artificiali generative e riguardano scelte umane, a partire dalla sovrapproduzione di contenuti di scarso valore per perseguire un modello di business non più sostenibile.
Con l’era digitale, poi, il giornalismo ha perso la sua centralità oligopolista nella produzione e soprattutto nella distribuzione dei contenuti, affrontando varie crisi: oltre a quella economica, affronta crisi di identità e di fiducia. La possibilità di pubblicare facilmente e velocemente online ha portato a un’inflazione di articoli, spesso a scapito della qualità e dell’approfondimento; la rincorsa quantitativa e l’abbassamento della qualità non hanno fatto altro che aumentare gli altri problemi.
Questa situazione ha portato a una realtà in cui i professionisti del settore sono spesso sottopagati e lavorano in condizioni precarie. Le redazioni, sotto pressione per produrre sempre più contenuti in tempi sempre più ridotti, vedono ridursi le risorse dedicate alla formazione e al supporto dei giornalisti. Con l’introduzione delle intelligenze artificiali, la produzione di contenuti si accelera ulteriormente, amplificando i problemi esistenti. Molti vedranno in queste tecnologie un modo per risparmiare e tagliare i costi, ma questa visione rischia di peggiorare ulteriormente la spirale che abbiamo raccontato.

Le IA come alleate
In realtà, se si impara a utilizzare le IA come alleate, possono trasformarsi in strumenti preziosi. Per esempio, possono automatizzare compiti ripetitivi come la trascrizione delle interviste, la gestione delle email, la disseminazione sui canali social, l’ottimizzazione dei contenuti per i motori di ricerca, l’analisi di enormi quantità di dati o documenti. Questo libererebbe tempo e risorse che i giornalisti potrebbero dedicare alla parte umana del loro lavoro: relazioni personali, cura di inchieste approfondite, ricerca sul campo e verifica dei fatti. Inoltre, l’uso di AI per il supporto alla verifica può aumentare l’accuratezza delle informazioni pubblicate, riducendo il rischio di diffondere notizie false o imprecise.
Le IA possono, quindi, essere liberatorie, permettendo di concentrare gli sforzi su ciò che conta davvero: fare grande giornalismo, al servizio delle persone.
Ma non basta
Oltre a utilizzare le IA come strumenti, i giornalisti devono anche dedicare attenzione e risorse a studiare l’impatto di queste tecnologie. Le IA, infatti, influenzano l’economia, la società, il lavoro e la politica in modi sempre più profondi. È essenziale che giornalisti e redazioni si specializzino nella comprensione di queste dinamiche per informare il pubblico sui cambiamenti in atto e sulle implicazioni future.
Questo significa capire come analizzare le aziende che sviluppano e producono intelligenze artificiali, che influenze hanno sulla politica, che capitali raccolgono. Significa anche sapere cosa chiedere davvero: su tutto, trasparenza nei processi, nella progettazione delle macchine, nelle linee guida per il loro uso.
Le redazioni e i giornalisti devono anche rifuggire dalla narrazione semplicistica – spesso per scopi di marketing – su opportunità e rischi. Non ci sono bacchette magiche tecnologiche che risolveranno tutto, ma non ha nemmeno senso concentrarsi sulla possibile tragedia delle macchine che ci uccideranno tutti. Bisogna, invece, comprendere i rischi reali, le reali applicazioni: nelle armi, nelle strutture di controllo sociale e del territorio, nelle decisioni prese sulle persone, per esempio per decidere se qualcuno può o no entrare in un posto, se qualcuno ha o no diritto al credito bancario.
L’adozione delle AI nel giornalismo non deve essere vista come una minaccia, ma, contemporaneamente, come uno strumento da utilizzare e un campo su cui fare inchiesta.
Purtroppo so che molti editori vedranno nelle IA un’opportunità per produrre più contenuti a basso costo, seguendo il mito della crescita infinita e dei click. E che vedranno nelle grandi aziende oligopoliste che li sviluppano dei potenziali clienti per avere un po’ di budget nel breve periodo (per esempio, vendendo l’accesso ai loro archivi per l’addestramento e il fine-tuning delle macchine, o per avere un po’ di fondi da utilizzare per sostenere l’apparato dei giornali, come già successo con Meta e Google).
Tuttavia, possiamo almeno proporre un modo etico e utile per sfruttare questi strumenti, producendo un giornalismo di qualità, accurato e umano. Solo così possiamo sperare di restituire al giornalismo la sua dignità e il suo valore e valorizzare gli impatti positivi che le IA possono avere sul giornalismo e sulla società.

