È davvero la star del momento. Sembra che tutto giri intorno alla Intelligenza Artificiale (IA), soprattutto alle sue applicazioni. Tante e differenti. Volumi scritti sull’argomento con vari approcci da quello prettamente tecnologico a quello maggiormente filosofico.
Si discute, fra l’altro, della capacità creativa e della relazione che c’è fra intelligenza artificiale e intelligenza umana, fra creatività della macchina e quella dell’uomo.
Fra le tante applicazioni quella di cui si parla molto al momento è ChatGPT.
Può una app, seppure intelligente creare? scrivere tesi di laurea, romanzi, poesie?
La risposta è certamente affermativa: può farlo senza ombra di dubbio.
Provo ad articolare una risposta più dettagliata.
Inizio dal linguaggio. Elemento base per esprimerci, per comunicare. Sono diversi quelli che usiamo: dalla parola scritta, alla immagine fissa (come la pittura, la fotografia) o in movimento (video, film, docu), alla parola parlata. Ormai tutti questi linguaggi sono utilizzati e sdoganati per realizzare narrazioni. I sapiens li usano tutti: separati o assieme. Siamo sempre più transmediali cioè utilizziamo contestualmente più linguaggi oltre che più media. Cambia però il livello di complessità della comunicazione quando li usiamo mettendoli assieme intrecciandoli, sovrapponendoli. Per fare questo demandiamo spesso ad app più o meno intelligenti o esperte la connessione dei dati e dei vari linguaggi. Perdiamo, con questo aiuto, la nostra capacità creativa e di comunicazione? In verità potremmo essere ancora più creativi se capaci e competenti a usare le app.

Mi spiego. Abbiamo imparato a servirci delle innovazioni via via apparse nella nostra vita, nessuna esclusa, capaci di aiutarci a comprendere, comunicare e conoscere. Così come in passato hanno fatto il telefono, la radio o la televisione, l’IA ci offre una mano per migliorarci e per trasferire conoscenza, raccontare storie in modo interessante e con una potente forza comunicativa; le tecnologie che usiamo oggi sono capaci di connettere i linguaggi, risolvere alcuni livelli di complessità. A questo aiuto talvolta neanche ci facciamo più caso: prendiamo i sistemi di scrittura, come quello usato per scrivere ad esempio questa breve nota, sono capaci di correggere errori e refusi, di dare indicazioni, anche contestualmente al momento di scrivere, su quale sia il termine migliore da usare e molto altro ancora. Ci pare del tutto normale. È entrato in modalità naturale. Analogamente interroghiamo una app, di prassi utilizzando il linguaggio scritto, e la stessa con una velocità impressionante, risponde scrivendo la soluzione. E se la interrogassimo parlando anziché scrivendo? È una modalità meno usata anche se comunemente parliamo ad Alexa per cercare musica o per spegnere le luci o per la lista della spesa o al nostro smartphone per chiamare un numero o farsi dare una indicazione stradale, non è però comune usare la voce per un dialogo, modalità che non è ancora entrata nella cosiddetta normalità. È diverso, perciò, interagire con ChatGPT attraverso la scrittura rispetto alla voce, la nostra voce cui risponde con la sua voce, neppure tanto diversa dalla nostra. Questa opzione ci intriga e stupisce, più di quanto non faccia la parola scritta. Perché ci affascina così tanto la voce? Pensiamo che quell’app con la quale dialoghiamo via voce, sia più umana? Le attribuiamo maggiore capacità nel processo di trasmissione di conoscenza? C’è tutto un immaginario su questo tema e non solo nella ricerca tecnologica e sociologica ma in tanta letteratura fantastica che si è occupata della voce come forma di umanizzazione di oggetti o animali per renderli non solo più simili all’uomo ma per facilitare la comunicazione fra esistenze diverse. E già si capisce che la relazione funziona in modo differente quando si usano linguaggi differenti.

Non solo relazione ma anche comprensione e qui, a partire dagli audiolibri fino ai podcast, pare proprio che la voce ottenga migliori risultati a livello di comprensione e anche di memorizzazione. Agli psicologi cognitivi e ai neuroscienziati l’analisi e le risposte. Qui mi limito a sottolineare che l’interazione fra sapiens e ChatGPT rende il livello di relazione uomo-macchina più creativo, financo più autentico. Provare per credere. Così infatti è accaduto in un recente incontro con Massimo Cerofolini, giornalista Rai, esperto in tecnologie, (Festival delle Filosofie di Palermo; Agrigento e Cefalù 16-17 novembre 2024) quando abbiamo discusso e sperimentato l’interazione tramite voce fra sapiens (il pubblico) e ChatGPT. Si è sviluppato un dibattito di un buon livello di partecipazione con risultati di creatività assolutamente non banali.
Si può capire come quanto sopra detto produca seri cambiamenti nelle professioni manuali e intellettuali. I mutamenti nel modo di lavorare sono costanti nei secoli parallelamente alle scoperte tecniche e tecnologiche; nel contemporaneo sono accelerati e diventati più potenti. Sappiamo tanto delle trasformazioni del lavoro manuale come quello in fabbrica per l’intervento ad esempio dei robot e non solo. Sappiamo meno del lavoro intellettuale, anche se ho già detto di come si vada modificando il lavoro di scrittura e di lettura per i tanti device e applicazioni a disposizione. È cambiato il lavoro degli scrittori, dei lettori, dei traduttori, degli attori, dei musicisti, dei giornalisti e di molte altre professioni come quelle sanitarie specialmente le chirurgiche. Tra le trasformazioni di cui mi sono occupata maggiormente c’è quella del giornalismo, del modo di dare le notizie. L’informazione è sempre più immediata, in tempo reale, viaggia maggiormente in rete anziché sulla carta, è ricca, fortemente interattiva, aumentata per la quantità di notizie che ci raggiungono e possediamo, si complicano le decodifiche, l’elaborazione e l’interpretazione dei dati. Una trasformazione epocale che però produrrebbe, almeno così sostengono in tanti, una grande disinformazione. Se così fosse significa che oggi chi fa informazione è più disonesto nel costruire storie, cronache, articoli rispetto al passato. O che la tecnologia sia abbandonata a sé stessa e ci inganni in modo autonomo, sia cioè capace di una bella dose di creatività e di invenzione. Penso che la disonestà informativa non appartenga alla macchina in senso stretto, non è la macchina che crea le false notizie. La responsabilità prima è dei sapiens. La macchina però non è innocente. È potente, capace di veicolare informazione in tempi velocissimi, raggiungendo una quantità molto elevata di pubblico. È veloce a elaborare dati, usa un algoritmo generativo di contenuti, – influenzato però da chi lo progetta -, e che per queste caratteristiche può sfuggire al controllo umano. È un rischio grave dato da una sbagliata relazione uomo/macchina. Voglio dire che occorre la mano e il pensiero dell’uomo per costruire vere e false news, poi la macchina fa la sua parte generando ulteriori contenuti e veicolandoli urbi et orbi. Nessuno è innocentetutti colpevoli, maggiormente lo è l’uomo che ha il dovere di verificare i dati, di conoscere gli strumenti e usarli correttamente ed eticamente, tutti, compresi quelli cosiddetti tradizionali. L’informazione su carta, i media di massa hanno più volte pubblicato informazioni false o non totalmente corrette, lo hanno fatto strategicamente o per mero errore. Non possiamo né dobbiamo rinunciare alle innovazioni per paura, piuttosto queste vanno conosciute, comprese e governate, i sapiens debbono tenere la barra dritta e non farsi sovrastare. Perciò occorre istruzione ed educazione all’uso, competenza e rispetto delle regole.
Proviamo a pensarla così l’IA: uno strumento che ha una grande capacità di simulare sulla base di dati che i sapiens gli consegnano. Nella parola simulazione c’è già una indicazione. La macchina intelligente simula a partire dai dati che le affidiamo, non dobbiamo dimenticare che è in grado di mettere assieme ed elaborarli quei dati per offrire risposte credibilmente verosimili da avere dignità di novità e autenticità, talvolta con un rapporto costi/benefici piuttosto interessante. Qualità/velocità/armonia può essere la cifra del risultato del lavoro di una applicazione di IA come ChatGPT che, sottolineo, si basa su dati non su conoscenza e coscienza. Voglio dire che se i sapiens consegnano alle app intelligenti dati di qualità e operano controlli nella procedura, le risposte potranno corrispondere alla cifra sopra indicata. Attenzione perciò a deleghe e disattenzioni. Facciamo in modo che la nostra creatività sia legata alla conoscenza e coscienza non ai meri dati. Facciamo che restino piani diversi di creatività.
Tant’è!

