La giornalista Karen Hao, nel suo libro “Empire of AI”, analizza OpenAI attraverso la lente del colonialismo moderno. Basato su 300 interviste con dirigenti del settore, il libro rivela come l’intelligenza artificiale stia replicando dinamiche imperiali storiche.
Hao identifica quattro parallelismi chiave: l’appropriazione di risorse (dati estratti da internet), lo sfruttamento del lavoro (specialmente nel Sud globale), il controllo della produzione di conoscenza e la costruzione di narrative che giustificano il dominio. Le comunità più colpite – dai lavoratori kenioti agli attivisti cileni – descrivono questa nuova forma di “estrattivismo digitale” come continuazione di antichi schemi di sfruttamento. A tal proposito, il caso cileno è emblematico: l’estrazione di litio e rame per data center avviene senza apportare benefici locali, mentre le comunità indigenous perdono le proprie terre. Questa dinamica, inoltre, si adatta perfettamente anche alla storia di OpenAI che, nata come organizzazione no-profit orientata alla ricerca, si è trasformata in una delle realtà più capitalistiche della Silicon Valley, dove Sam Altman, descritto come maestro della persuasione, ha saputo coltivare una narrazione quasi-religiosa sull’IA per giustificare l’accumulo di potere.
Pertanto, questi aspetti uniti alla convergenza tra interessi corporativi e statali minaccia le norme democratiche, come, ad esempio, l’alleanza, sempre più crescente, tra Silicon Valley e governo americano, che Hao paragona alla British East India Company.
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