• LinkedIn
  • Telegram
  • FB
  • FB

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

Rivelazione e progresso: il senso della tradizione in Antiqua et Nova

Antiqua et Nova

Secondo di tre commenti ad “Antiqua et Nova”. Muovendo dalla domanda posta da Guido Boella, Di Bianco mostra la Tradizione non come freno, ma come risorsa viva per leggere la novità senza riduzionismi. Ne emergono alcuni orientamenti di giudizio che si intrecciano con le questioni tecniche e filosofiche iniziali e preparano la proposta di discernimento che Palma Sgreccia offrirà in chiusura.

1. Rivelazione e progresso/sviluppo

Natura e oggetto della rivelazione

“Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (…) Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, che questa Rivelazione manifesta su Dio e sulla salvezza degli uomini, risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione” (Dei Verbum n.2).

L’idea che la Rivelazione si fosse “conclusa con la morte dell’ultimo apostolo” non fu ripresa, come tale, dal Concilio Vaticano II, che sviluppò invece sia la nozione di Tradizione viva della Chiesa, sia la concezione che la Tradizione andasse vista come parte integrante della Rivelazione stessa. Il teologo francese Yves Congar ipotizzò un’ecclesiologia ove allo Spirito Santo fosse riservato un “campo libero d’azione” accanto alle strutture di carattere istituzionale; successivamente, egli maturò l’idea che la libertà dello Spirito lungo la storia altro non fosse se non la libertà di Gesù glorificato e vivente, in unione con il suo Spirito. D’altra parte, il teologo Henri de Lubac nella sua opera La posterità spirituale di Gioacchino da Fiore, volle passare in rassegna i vari movimenti religiosi che avevano sottoscritto l’idea di un Vangelo sempre in corso di rinnovamento, ovvero di una rivelazione continua e imprevedibile, riflessa nell’esperienza spirituale del popolo di Dio.[1] Quando l’uomo si accosta all’operare di Dio sembra imbattersi in ciò che potremmo chiamare un “principio di sovrabbondanza”: Dio offre all’uomo sempre più di quanto egli cerchi o desideri.[2]

Quanto al progresso/sviluppo della rivelazione o anche del dogma mi sembra si possa accogliere il seguente principio: “se una dottrina di fede si sviluppa, si produce in essa un’innovazione, che appare esternamente come una discontinuità, ma che avanza la pretesa di garantire la continuità in una misura maggiore rispetto a quello che avverrebbe senza quell’innovazione”.[3]

In merito mi sembra si possa evocare la lettera di san Paolo a Tito dove l’apostolo esorta a essere «tenacemente ancorato alla parola degna di fede (pistoû lógou),[4] quella conforme cioè agli insegnamenti (tên didachên), affinché sia in grado di esortare a mezzo di quei sani insegnamenti (en tê didaskalía hyghiainoúsê )» (Tt 1,9). Il vescovo deve esortare attraverso la dottrina che sana (sanante).[5] Si tratta del “carisma della esortazione pastorale” che rientra in quello della profezia. Ridurre questo carisma al solo ufficio della sorveglianza o della organizzazione è molto restrittivo.[6] In questa autentica e fedele traduzione del testo originale il vescovo non è il guardiano del dogma, il custode della tradizione, il clavigero del depositum fidei,[7] ma il fermentatore dei saperi nello spazio offerto dalla Sapienza divina. La sua parola degna di fede (pistoû lógou) profetizza non con la codificazione monosemica dello spirito della legge, ma nella polisemia della legge dello Spirito.[8]

2. Il senso della tradizione in Antiqua et Nova

“La tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro (cfr. Lc 2,19 e 51), sia con la intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità. Così la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio” (Dei Verbum n. 8).

Secondo il biblista Louis Alonso Schökel “Cristo insegna una dottrina e inizia un movimento. Facendo un passo avanti possiamo dire che il suo insegnamento è dinamico e il suo movimento insegna. In altri termini: il suo insegnamento si trasforma in vita e la sua vita diventa insegnamento (…) E così è la Chiesa; così Cristo l’ha concepita e realizzata: realtà viva e vivificatrice, trasmettitrice di una vita totale. Essa trasmette la vita, la sua propria vita in un atto vitale; se questa vita include una dottrina, la trasmissione della vita comporterà pure la dottrina (…) Il Padre invia il Figlio, il Figlio invia gli apostoli, gli apostoli inviano i vescovi, e tutta la Chiesa riceve e trasmette, camminando verso il Padre. Cristo dona la sua vita per la Chiesa e alla Chiesa, invia il suo Spirito, e lo Spirito fa in modo che la Chiesa riceva e trasmetta la vita di Cristo fino alla pienezza (…). Si trasmette un ‘deposito’, ma la cosa trasmessa è viva; non è deposito inerte, non è il deposito dell’uomo che ha scavato per nascondere il talento ricevuto in modo da poterlo restituire l’anno dopo. E invece come un seme deposto nella terra che cresce, diventa albero e offre i suoi rami agli uccelli del cielo. Pensiamo pure a un ‘corpo’ di dottrine, non però come un corpus inscriptionum, ma a un autentico corpo organico, che esige e realizza il proprio sviluppo (…) Possiamo quindi concludere: la tradizione trasmette la rivelazione, trasmettendo in primo luogo la Scrittura; e ciò che essa trasmette è una realtà viva, compiuta e mai chiusa”. [9]

3. Il riduzionismo epistemologico dell’IA: dalla ‘bio-intelligenza’ alla ‘tecno-intelligenza’

Nella nota sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana si afferma: “Nella tradizione classica, il concetto di intelligenza è spesso declinato nei termini complementari di “ragione” (ratio) e “intelletto” (intellectus). Non si tratta di facoltà separate, ma, come spiega san Tommaso d’Aquino, di due modi di operare della medesima intelligenza: «il termine intelletto è desunto dall’intima penetrazione della verità; mentre ragione deriva dalla ricerca e dal processo discorsivo». Questa sintetica descrizione consente di mettere in evidenza le due prerogative fondamentali e complementari dell’intelligenza umana: l’intellectus si riferisce all’intuizione della verità, cioè al suo coglierla con gli “occhi” della mente, che precede e fonda lo stesso argomentare, mentre la ratio attiene al ragionamento vero e proprio, vale a dire al processo discorsivo e analitico che conduce al giudizio. Insieme, intelletto e ragione costituiscono i due risvolti dell’unico atto dell’intelligere, «operazione dell’uomo in quanto uomo»” (Antiqua et nova n. 14)

A partire da questa precisazione quanto mai necessaria desidero svolgere alcune considerazioni.

L’intelletto umano, dal punto di vista filosofico, si articola in intelletto ‘intuitivo’, ‘operativo’ e ‘comprendente’ (intelligenza in senso pieno, ovvero comprendente il “che cos’è” della realtà conosciuta). Ad esso è stato tradizionalmente associato la facoltà di pensare, non solo quanto viene appreso attraverso i sensi (conoscenza sensibile), ma anche in senso astratto e dinamico attraverso l’immaginazione (conoscenza intellettiva e ragione comprendente). Inizialmente l’endiadi ‘intelletto-ragione’ ha prodotto, in alcuni casi, una visione fissista della conoscenza. La sua integrazione con l’endiadi ‘intelletto-coscienza’ ne ha promosso una visione più dinamica e, per certi aspetti, evolutiva. La conoscenza umana, attuata dall’intelletto intuitivo, apprende attraverso i sensi, procede all’astrazione dell’oggetto conosciuto mediante le immagini astratte dalle cose, lo pensa con forme immaginative e fantasmatiche, filtrate attraverso il flusso della coscienza, ne astrae il “che cos’è” o essenza e lo giudica per mezzo delle “leggi a priori” (principi primi), costitutive del suo stesso funzionamento.[10]

L’intelletto ‘operativo’ (facoltà di fabbricare oggetti artificiali e in particolare utensili per produrre altri utensili e di variarne indefinitamente la fabbricazione) ha la capacità su base istintuale di utilizzare strumenti organizzati. Nell’attuazione di questa facoltà la conoscenza resta pur sempre quella dell’intelletto ‘intuitivo’, che presiede alla funzione pragmatica dell’intelletto ‘operativo’. Infine, l’intelletto ‘comprendente’ realizza la capacità di afferrare il significato della realtà e di coglierne i profili simbolici, ad esempio la forza logica o probante di un argomento, il valore di un’azione… e di coglierne correttamente i rapporti in base all’uso stabilito o alla regola opportuna, che viene elaborata sia sulla base delle proprie conoscenze pregresse, sia della memoria epigenetica, sia dei punti di riferimento etici elaborati nel percorso esistenziale di ognuno. Questo è il processo che comunemente chiamiamo ‘intelligenza’.[11]

In un agente digitale robotico, privo di coscienza (non nel senso di consapevolezza, bensì nel senso di “essere consapevole-di-aver-consapevolezza) o eventualmente dotato di una ‘coscienza artificiale’, la conoscenza sarà unicamente quella della ‘tecno-intelligenza’, che intendiamo come la capacità di formulare una scelta (non un giudizio ponderato e riflesso) a partire dalla struttura della sua rete neurale, addestrata su un set di dati, dove i ‘principi primi’ (simulati dai bias cognitivi) non sono ‘forme a priori’ connaturali all’organismo vivente umano incarnato, ma il risultato ‘a posteriori’ del processamento probabilistico-statistico degli algoritmi di machine learning. Un robot è, in questo senso, privo di empatia, di sentimenti quali la gioia, l’amore, l’odio, non conosce l’ironia, il riso, il pianto, il silenzio, la preghiera… perché manca della conoscenza tacita.[12] Pur essendo in grado di modellizzarla non riesce, tuttavia, ad esprimerla. Esso manca della capacità semantica propria degli umani, perché la sua ‘tecno-intelligenza’ ha una forma eminentemente razionale ed è espressa come ‘prodotto’ dell’intelligenza umana.[13]

La ‘memoria’ umana, dal punto di vista teoretico, è costituita da due condizioni o momenti distinti: a) la conservazione o persistenza di una certa forma delle conoscenze passate: questo momento è la memoria ritentiva); b) la possibilità di richiamare, all’occorrenza, la conoscenza passata e di renderla attuale o presente: che è propriamente il ricordo. Questo ha un carattere attivo o volontario, mentre il primo momento è passivo. Nella sua dimensione ritentiva la ‘memoria’ è il “ventre dell’anima” (Agostino) o anche “il tesoro e il posto di conservazione della specie” (Tommaso d’Aquino). Bergson ha detto che la memoria non consiste nella regressione tra il presente e il passato, ma al contrario nel progresso dal passato al presente. Il ricordo si materializza in una appercezione (= percepire di percepire) attuale, in cui diviene uno stato presente e attuale. In questo senso la ‘memoria’ ha un carattere attivo e si giova della funzione della volontà (appetizione razionale e sensibile, o anche deliberazione consapevole di scegliere questo o quello)), che innesca il meccanismo associativo. Per Hegel la ‘memoria’ si estrinseca ed esiste nel pensiero.[14]

Un agente digitale robotico, dotato di algoritmi di machine learning e collegato a una rete di data center (big data), disporrà di una vastissima memoria ritentiva, costituita principalmente da dati archiviati nell’era digitale (dagli anni ’50 del secolo scorso in avanti). Ne discende che la scelta dell’algoritmo (selezione del ricordo più adeguato) dipenderà in una forma esternalizzata[15] dal mainstream omologato e confezionato dalle piattaforme digitali dominanti.[16]

I data center, infatti, sono per lo più privi di ‘memoria lunga’ e danno in pasto ai loro algoritmi prevalentemente la profilazione del traffico della rete e i dati archiviati dagli utenti sulle piattaforme digitali. Sicché la ‘memoria digitale’ dei robot, pur nella sua vasta estensione spaziale, è costituita da mega archivi digitali, processati da compulsivi data analyst, che hanno una ‘memoria corta’. In tal senso ciò che si materializza nell’ ‘appercezione’ dell’algoritmo non è espressione dello spirito umano, frutto dell’evoluzione filogenetica di homo Sapiens, che ha una preistoria remotissima, ma l’omogeneizzato digitale del pensiero unico e dominante dei ‘detentori/accumulatori/proprietari’ dei dati seriali dell’ultimo cinquantennio (homo technosapiens). E qualora si archiviasse nei data center tutto lo scibile umano dalle sue origini al presente, il processamento dell’algoritmo sui dati sarebbe unicamente di natura probabilistico-statistico ed espressione di una riduzionistica tecnointelligenza, sicuramente utile e necessaria per le sue cooperazioni alle attività umane, ma ontologicamente diversa da homo Sapiens, cui forse vuole insidiare il tradizionale primato sul creato anche con le sue inopportune antropomorfizzazioni.

Riferimenti bibliografici

V. BERTOLONE, Carismi e Istituzione. In compagnia di Albino Luciani (Scenari 9) Edizione la Valle del Tempo, Napoli 2023.

DICASTERO DOTTRINA DELLA FEDE – DICASTERO DELLA CULTURA E DELL’EDUCAZIONE (EDD.), Antiqua et nova. Nota sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana, Città del Vaticano, Roma 28.1.2025.

A. ELLIOT, La cultura dell’intelligenza artificiale. Vita quotidiana e rivoluzione digitale, Codice edizioni, Torino 2021.

C. MARCHESELLI, Le lettere pastorali. Le due lettere a Timoteo e la lettera a Tito, Edizione Dehoniane, Bologna 1995.

M. SEEWALD, Il dogma in divenire. Equilibrio dinamico di continuità e discontinuità, (BTC 203), Queriniana, Brescia 2020.

L. A. SCHÖKEL, Il dinamismo della tradizione, (Biblioteca di Cultura religiosa 19) Paideia, Brescia 2011.

P. SGRECCIA, Métron e Métrion: chiavi per pensare l’intelligenza artificiale, in: https://staging-5aae-magiadotnews.wpcomstaging.com/metron-e-metrion-chiavi-per-pensare-lintelligenza-artificiale/ (ultimo accesso il 2.2.2025).

G. TANZELLA NITTI, Teologia della Rivelazione. Religione e Rivelazione, Città Nuova, Roma 2018.

Immagini generate tramite ChatGPT. Tutti i diritti sono riservati. Università di Torino (2025).


[1] Cf. G. TANZELLA NITTI, Teologia della Rivelazione. Religione e Rivelazione, Città Nuova, Roma 2018, 662-664.

[2] Cf. ivi, 682

[3] M. SEEWALD, Il dogma in divenire. Equilibrio dinamico di continuità e discontinuità, (BTC 203), Queriniana, Brescia 2020, 43.

[4] Diversamente la CEI che erroneamente traduce “alla dottrina sicura”.

[5] Diversamente la CEI che erroneamente traduce “con la sua sana dottrina”.

[6] Cf. C. MARCHESELLI, Le lettere pastorali. Le due lettere a Timoteo e la lettera a Tito, Edizione Dehoniane, Bologna 1995, 489-492.

[7] Il depositum fidei non è solo riferito alla custodia del passato, ma anche e, forse soprattutto, all’accoglienza del Cristo venturo e veniente.

[8] Sul ruolo carismatico del vescovo cf. V. BERTOLONE, Carismi e Istituzione. In compagnia di Albino Luciani (Scenari 9) Edizione la Valle del Tempo, Napoli 2023, che ritiene la Chiesa allo stesso tempo sinodale (doni carismatici) e gerarchica (doni gerarchici) e rilegge la sua storia come equilibri tra il principio di autorità e quello di partecipazione. Alla luce di questa coessenziale e costitutiva natura della Chiesa egli propone l’adozione del metodo della conversazione nello Spirito “per contribuire alla soluzione tra persistenza della verità dogmatica e sviluppo storico della sua comprensione, non senza l’aiuto dei teologi e del sensus fidelium” e la valorizzazione del principio femminile. L’autore, inoltre, analizza e chiarisce sapientemente il rapporto tra carisma e istituzione e ne individua i punti da approfondire (57-60). Infine, precisa la vocazione e missione del vescovo in una prospettiva sinodale missionaria (61-68), al quale, tuttavia, spetta il compito di verificare e riconoscere i carismi dei fedeli (69-75).

[9] L. A. SCHÖKEL, Il dinamismo della tradizione, (Biblioteca di Cultura religiosa 19) Paideia, Brescia 2011,189-194.

[10] Cf. N. ABBAGNANO (ED.), voce Intelletto, Dizionario di filosofia, UTET, Torino, 1998, 493-494.

[11] Cf. ivi, 495.

[12] Michael Polanyi, nel suo celebre The Tacit Dimension (1966), sintetizza l’idea che “sappiamo più di quanto possiamo dire”. Questa conoscenza tacita si manifesta in abilità come riconoscere un volto, suonare uno strumento musicale o compiere gesti complessi: è un sapere che sfugge alla formalizzazione e che non può essere tradotto interamente in regole esplicite. La conoscenza tacita, radicata nell’esperienza incarnata e nella sensibilità al contesto, rappresenta una chiave per comprendere le dimensioni che superano la pura razionalità; cf. P. SGRECCIA, Métron e Métrion: chiavi per pensare l’intelligenza artificiale, in: https://staging-5aae-magiadotnews.wpcomstaging.com/metron-e-metrion-chiavi-per-pensare-lintelligenza-artificiale/ (ultimo accesso il 2.2.2025).

[13] “Occorre ricordare che l’IA non è altro che un pallido riflesso dell’umanità, essendo prodotta da menti umane, addestrata a partire da materiale prodotto da esseri umani, predisposta a stimoli umani e sostenuta dal lavoro umano. Non può avere molte delle capacità che sono specifiche della vita umana, ed è anche fallibile. Per cui, ricercando in essa un “Altro” più grande con cui condividere la propria esistenza e responsabilità, l’umanità rischia di creare un sostituto di Dio. In definitiva, non è l’IA a essere divinizzata e adorata, ma l’essere umano, per diventare, in questo modo, schiavo della propria stessa opera” (n. 105); cf. DICASTERO DOTTRINA DELLA FEDE – DICASTERO DELLA CULTURA E DELL’EDUCAZIONE (EDD.), Antiqua et nova. Nota sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana, Città del Vaticano, Roma 28.1.2025, d’ora in avanti abbreviato con AN.

[14] Cf. N. ABBAGNANO (ED.), voce Memoria, Dizionario di filosofia, UTET, Torino, 1998, 571-573.

[15] Sull’esternalizzazione della decisione degli algoritmi di IA si è espresso autorevolmente il sociologo australiano Anthony Elliot cf. A. ELLIOT, La cultura dell’intelligenza artificiale. Vita quotidiana e rivoluzione digitale, Codice edizioni, Torino 2021.

[16] «Ciò che la macchina fa è una scelta tecnica tra più possibilità e si basa o su criteri ben definiti o su inferenze statistiche. L’essere umano, invece, non solo sceglie, ma in cuor suo è capace di decidere»; FRANCESCO, Discorso alla sessione del G7 sull’intelligenza artificiale a Borgo Egnazia (Puglia) (14 giugno 2024): L’Osservatore Romano 14 giugno 2024, 2.

Esplora altri articoli su questi temi