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Magazine Intelligenza Artificiale: l'IA è più di quello che appare

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Suleyman, il nuovo Napoleone

Suleyman-Napoleone

Mustafa Suleyman è fra i protagonisti della rivoluzione AI. Figlio di un tassista londinese di origine siriana e di una infermiera inglese, nel 2010 Suleyman insieme a Demis Hassabis e Shane Legg ha fondato DeepMind, la startup britannica che ha creato per la prima volta un algoritmo di apprendimento automatico  che impara – da solo e senza alcun aiuto – a giocare a videogiochi degli anni Settanta-Ottanta, come Pong, Breakout e Space Invaders. Un successo. Se ne accorge Google che nel 2014 acquista la startup per oltre mezzo miliardo di dollari, e la unisce con la sua divisione IA Google Brain (con il nome di Google DeepMind). Nell’aprile 2024 Google ha annunciato un investimento di 100 miliardi di dollari.

La startup DeepMind

DeepMind ha creato i programmi AlphaZero (IA che batte i campioni del gioco di scacchiera Go e impara giocando contro sé stessa), AlphaFold (IA che prevede la struttura delle proteine, struttura complessa non derivabile dalle catene di amminoacidi che le compongono, e da cui dipendono le loro proprietà farmacologiche), GraphCast (IA che fa le previsioni del tempo imparando dalle serie storiche di dati del meteo, senza sapere nulla di meteorologia) e altre IA di frontiera. Nel 2022 Suleyman ha lasciato Google per fondare la startup Inflection AI, che ha raccolto oltre un miliardo di dollari di investimenti, prima di confluire nel marzo 2024 in Microsoft AI – la divisione IA consumer del colosso di Redmond (WA) creato da Bill Gates – di cui è diventato amministratore delegato.

L’intervista all’Aspen Ideas Festival

CNBC Andrew Ross Sorkin de Al Super Thinker interview to Mustafa Suleyman at Aspen Ideas Festival
https://www.youtube.com/watch?v=lPvqvt55l3A

Il 25 giugno scorso all’Aspen Ideas Festival, uno dei più importanti eventi che in America riunisce politici, economisti, scienziati sui grandi temi dall’economia alla geopolitica, il conduttore della CNBC Andrew Ross Sorkin durante la sessione Al Super Thinker ha domandato a Suleyman se «le aziende di intelligenza artificiale hanno effettivamente rubato la proprietà intellettuale del mondo» («AI companies have effectively stolen the world’s IP»). E Suleyman ha tranquillamente risposto:

«Penso che, per quanto riguarda i contenuti già presenti liberamente sul web, il contratto sociale su questi contenuti sin dagli anni ’90 prevede che siano soggetti alle regole del fair use (uso equo). Chiunque cioè può copiarli, usarli e riprodurli in nuove creazioni. Sono stati da considerare come “freeware“, se vuoi, e questa è stata la comprensione generale».

«I think that with respect to content that’s already on the open web, the social contract of that content since the ‘90s has been that it is fair use. Anyone can copy it, recreate with it, reproduce with it. That has been “freeware,” if you like, that’s been the understanding».

Attenzione, questa sorprendente risposta – in bocca a uno dei padri della rivoluzione dell’IA – ha generato molte critiche sui media, perchè rivela non solo la volontà di costruire un mondo a propria immagine e convenienza, ma anche tutta la strategia predatoria delle Big Tech. 

Ci chiediamo: come è possibile che l’imprenditore britannico sulla cresta dell’onda dell’IA – per parafrasare il titolo del suo ultimo libro «The Coming Wave» del 2023 – riscriva in questi termini le regole della proprietà intellettuale su testi, video, immagini, programmi, contenuti pubblicati sul web? A che gioco sta giocando?

How to do things with words

Per rispondere, dobbiamo fare un passo indietro e rileggere la risposta di Suleyman al conduttore della CNBC durante l’Aspen Ideas Festival alla luce della teoria filosofica degli atti linguistici. É vero che siamo immersi nel mondo dell’IA, ma il linguaggio resta uno strumento molto più sofisticato di quello che possiamo immaginare e quindi per capire appieno il pensiero di Suleyman dobbiamo farci guidare in questo viaggio nelle trappole del linguaggio da due filosofi analitici, l’inglese John L. Austin (Lancaster 1911-Oxford 1960) e l’americano John Searle (Denver, 1932).

John Austin
http://www.philosophypages.com/vy/aust1.jpg

Il contenuto della risposta di Suleyman sembra chiaro e senza ambiguità: i contenuti sul web sono free, a disposizioni di tutti. Ma analizziamo l’intenzione di Suleyman: a prima vista sembra esprimere il proprio punto di vista per convincere l’opinione pubblica. Ma non è così: sta facendo qualcosa di più. Parafrasando il filosofo Austin[1], «si possono fare molte cose con le parole»: il linguaggio serve a descrivere il mondo tramite asserzioni vere, come fa il linguaggio scientifico; permette poi di fare domande, richieste, dare ordini, persuadere, esprimere emozioni; Suleyman, però, va oltre e con la sua risposta fa quello che nella teoria degli atti linguistici Austin definisce una «dichiarazione» (declaration).

Le dichiarazioni che cambiano il mondo

Le declaration sono frasi che solo attraverso la loro enunciazione cambiano lo stato delle cose. Esempi classici di atti dichiarativi sono i battesimi («Ti battezzo Giovanni»), i matrimoni («Vi dichiaro marito e moglie»), le promozioni («Ti promuovo a capitano»), le dichiarazioni legali («Sei condannato all’ergastolo»), ecc. Questi atti richiedono solitamente una specifica autorità o contesto istituzionale per essere validi. Per esempio, solo un ufficiale di stato civile può dichiarare sposate due persone, solo un sacerdote può battezzare, solo un giudice può condannare; e possono fare una dichiarazione valida solo se si trovano nel contesto appropriato (la sala matrimoni di un Comune, di fronte ad una fonte battesimale, in un’aula di tribunale al termine di un processo, salvo eccezioni).

Stando al filosofo del linguaggio John Searle, che riprende la teoria degli atti linguistici di Austin [2], una dichiarazione è un particolare modo di parlare e comportarsi che serve a stabilire dei nuovi fatti praticamente dal nulla, creando una nuova realtà dove prima non c’era niente. Ovviamente non stiamo parlando del mondo concreto: si tratta di institutional facts (fatti istituzionali), realtà immateriali (come lo sono i matrimoni, i battesimi, le condanne, anche se pieni di conseguenze). Se una asserzione descrive il mondo («piove»), una richiesta cerca di cambiarlo («chiudi la finestra»), una dichiarazione combina entrambe le cose, affermando una nuova realtà attraverso una descrizione del mondo, come se il cambiamento desiderato fosse già reale: «Tutti gli esseri umani sono uguali». Come scrive il filosofo americano: «Stabiliamo che qualcosa è un fatto rappresentandolo come un fatto». E conclude, «tutte le realtà istituzionali, e pertanto […] l’intera civiltà umana, […] vengono create da dichiarazioni».

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/de/Jacques-Louis_David_019.jpg

Un nuovo Napoleone

Ma Suleyman non è un ufficiale civile, militare, né un sacerdote né un giudice. Quindi sta facendo due operazioni contemporaneamente:

  1. Come Napoleone si incoronò imperatore, così Suleyman nella risposta data all’Aspen Ideas Forum si pone da solo, dall’alto dei suoi successi, come una autorità con il potere di cambiare le cose, addirittura sovranazionale e non limitata ai confini del proprio impero.
  2. Stabilisce per tutti noi che il materiale sul web può liberamente essere utilizzato da chiunque voglia fare business; che la regola non scritta era parte del contratto sociale fin dagli inizi; che Microsoft e OpenAI, quando hanno cominciato a fare profitti con ChatGPT, addestrando il large language model su tutti i contenuti sul web, erano nel giusto.
AI generated image of Mustafa Suleyman as self proclaimed emperor

Il precedente di Google Street View

Non è la prima volta che una Big Tech si arroga l’autorità di dichiarare come sia la realtà dei fatti (neanche «come debba essere») al solo scopo di legittimare il proprio operato. É una prassi consolidata. Un esempio paradigmatico è quello del lancio di Street View nel 2007, il servizio di Google che attraverso immagini fotografiche a 360 gradi scattate da telecamere montate su veicoli, zaini o biciclette fornisce una rappresentazione virtuale di città, paesi, strade di tutto il mondo, ma anche dell’interno delle nostre case che si affacciano sulla strada.  Prima del lancio, il «consulente per la privacy» di Google, Peter Fleischer, scrisse che per via della «nobile tradizione» americana sugli spazi pubblici «le persone non si aspettano di avere la stessa privacy che hanno a casa propria». Insomma, affermava che gli spazi pubblici erano – e sono rimasti – a disposizione di Google. Per usare le parole dell’economista americana Shoshana Zuboff in “The Age of Surveillance Capitalism” (“Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri”, 2019):

«Secondo lui (Peter Fleischer, ndr), l’azienda può fare incursione ovunque senza dichiararlo o avere un qualche tipo di autorizzazione o consenso. Case, strade, quartieri, villaggi, paesi, città non sono più scenari dove vivere e camminare, dove incontrarsi e parlare. Ci dice invece che Street View ritiene qualunque posto come un qualsiasi oggetto in una griglia infinita di coordinate GPS e inquadrature. Nella sua dichiarazione, Fleischer intende imporre il diritto di Google di svuotare ogni luogo dei suoi significati soggettivi che legano gli esseri umani che lo animano. Certo, quando usciamo di casa sappiamo che qualcuno ci vedrà, ma ci aspettiamo di essere visti solo da altre persone in spazi di nostra scelta. Ora è diventato tutto uno spettacolo impersonale. Casa mia, la mia strada, il mio vicinato, il mio bar preferito: tutti ri-definiti come un dépliant turistico vivente, un bersaglio per la sorveglianza, un oggetto da ispezionare ed espropriare con fini commerciali».

Big Tech come i conquistadores spagnoli

La Zuboff non esita a correlare la strategia di conquista delle Big Tech del XXI secolo alla colonizzazione delle Americhe da parte della Spagna nel XVI secolo, in particolare paragona le dichiarazioni di Suleyman e di Google all’editto del Re di Spagna, Ferdinando II di Aragona, noto come Requerimiento[3] del 1513. L’editto era stato scritto per legittimare legalmente e giustificare agli occhi dei sovrani europei la conquista delle Americhe. Prima dell’attacco i conquistadores dovevano leggere l’editto come una declaration agli Indios americani. I conquistadores incarnavano l’autorità di Dio, del Papa e del Re di Castiglia, signore di quelle terre: «Se non vi sottomettete, patirete le peggiori sofferenze».

Senza dirlo esplicitamente, la Zuboff con questo paragone suggerisce che anche noi – come gli Indiosdel 1500 (che però non potevano capire, perché non conoscevano la lingua spagnola) – non ci rendiamo conto della strategia attuata dai nuovi conquistadores del mondo digitale. Lo dimostrano i molti commenti comparsi dopo l’affermazione di Suleyman, che si limitano a dissentire oltraggiati (ritenendo, giustamente, che i contenuti su web siano coperti dal copyright), mentre non si accorgono che Suleyman, incoronatosi imperatore, ha dichiarato tali contenuti liberi. Suleyman sta giocando un gioco linguistico diverso.

“Me lo prendo, adesso è mio”

La dichiarazione della disponibilità di una risorsa (gli spazi pubblici nel caso di Google Street View, i nostri dati personali nel caso della pubblicità personalizzata, i contenuti sul web nel caso dell’IA generativa) è solo la prima fase di un processo che porta all’esproprio di nuove risorse, di ulteriori spazi digitali comuni. A Big Tech non basta la sola dichiarazione, per ottenere l’esproprio deve fare convergere una serie di operazioni politiche, sociali, amministrative e tecniche. «Le operazioni di esproprio rivelano una sequenza prevedibile di fasi», dice Shoshana Zuboff, «che devono essere architettate e gestite nel dettaglio per poter normalizzare l’estrazione del surplus. Le quattro fasi del ciclo sono: incursione, assuefazione, adattamento e reindirizzamento. Nel complesso, queste fasi costituiscono una “teoria del cambiamento” che descrive e prevede l’esproprio come un’operazione culturale e politica sostenuta da una varietà di competenze amministrative, tecniche e materiali … L’incursione cammina in strada senza guardare a destra o a sinistra, e si arroga continuamente il diritto di decidere sulle cose che incrocia nel proprio cammino. “Me lo prendo”, afferma “Adesso è mio”».

La costruzione della realtà sociale

John R. Searle
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/6/69/John_searle2.jpg/440px-John_searle2.jpg

Questo «prendere» non avviene più nella realtà materiale, come all’epoca del conquistadores, ma nella realtà sociale come, ad esempio, la copertura da parte del copyright su contenuti digitali. Spiega John Searle[4]: nella realtà sociale per espropriare una risorsa e farla propria è sufficiente una «dichiarazione». Secondo Searle, noi viviamo immersi in una realtà sociale costruita perché gran parte della nostra esperienza quotidiana è determinata da fatti e istituzioni sociali che esistono solo grazie a convenzioni collettive e accordi condivisi, spesso solo impliciti. La realtà sociale è creata e mantenuta attraverso il linguaggio, le regole sociali e l’intenzionalità collettiva. Molte delle cose che consideriamo parte della nostra vita quotidiana sono fatti istituzionali. Il denaro, le leggi, le proprietà, i matrimoni, i governi, le scuole – e nel nostro caso anche i contenuti soggetti a copyright, i nostri dati personali – e molti altri istituti esistono perché abbiamo collettivamente deciso di assegnare loro determinati ruoli e significati. Questi fatti istituzionali guidano le nostre azioni e interazioni.

Le dichiarazioni creano e modificano questa realtà sociale. Ad esempio, conseguire una laurea, ottenere un impiego, firmare un contratto, votare in un’elezione, tutte queste azioni implicano dichiarazioni che conferiscono nuovi status e diritti. Gli atti linguistici che definiamo «dichiarazioni» funzionano grazie a un insieme di regole costitutive che definiscono ciò che è possibile fare all’interno di un sistema sociale. Ad esempio, le regole del diritto stabiliscono cosa è legale o illegale, le regole del gioco determinano come si gioca, le procedure aziendali definiscono come deve essere svolto il lavoro.

Sull’orlo della legalità

The Verge, website di tecnologia, fra i primi a riconoscere lo scandalo, si è limitato dire che le affermazioni di Suleyman sono «publicly and obviously wrong!», cioè platealmente e banalmente sbagliate. Ha ricordato che Microsoft assieme a OpenAI è attualmente oggetto di numerose cause legali perché sta rubando notizie online coperte da copyright per addestrare modelli di intelligenza artificiale generativa; che nel momento in cui un autore crea un’opera dell’ingegno, questa è automaticamente protetta dal copyright, senza necessità di registrazione; che non si perdono i diritti sulla propria opera semplicemente pubblicandola sul web – anzi per rinunciare ai propri diritti bisogna dichiararlo e usare licenze web speciali, come le Creative Commons; che non sono i cittadini a concedere il «fair use» con un implicito «contratto sociale», ma un tribunale, che può permettere alcuni usi del materiale pubblicato valutando quanto e se danneggerà il titolare del copyright; che i file robots.txt, utilizzati per impedire l’indicizzazione di un file sui motori di ricerca, non possono servire per cedere i diritti su un’opera.

Ma la partita che sta giocando Suleyman è diversa: conosce bene le regole del gioco e ha deciso di cambiarle. Potremmo chiamare il suo gioco, come il titolo della traduzione italiana del libro di Austin[5], «Quando dire è fare».


[1] John L. Austin, “How to Do Things with Words“. Oxford University Press, 1962.

[2] John R. Searle, “Speech Acts”, Cambridge University Press, 1969.

[3] Paja Faudree, “How to Say Things with Wars: Performativity and Discursive Rupture in the Requerimiento of the Spanish Conquest”, Journal of Linguistic Anthropology 22, n. 3 (2012), pp. 182-200.

[4]  John R. Searle, “The Construction of Social Reality”. Free Press, 1995.

[5] John L. Austin, Quando dire è fare. Marietti, 1974

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