L’intelligenza artificiale sta bussando alle porte della tipografia, promettendo rivoluzioni che ricordano i dibattiti del secolo scorso. Monotype, gigante del settore che possiede font iconici come, ad esempio, Helvetica, immagina un futuro dove il testo si adatta alle nostre emozioni: caratteri che si mettono a fuoco quando li guardiamo, che cambiano con la luce del giorno o si modificano in base alla nostra velocità di lettura.
Nonostante questa deriva sia per certi versi affascinanti agli occhi di molti, altri, invece, vedono nell’IA un assistente prezioso per automatizzare i compiti più noiosi del design tipografico, temendo che si stia spingendo la creatività fuori dalle professioni creative. Tra questi, Zeynep Akay di Dalton Maag paragona la situazione attuale alla bolla dot-com, per cui si crea tanto hype, ma con poca sostanza. Proprio questo parallelismo con la rivoluzione digitale degli anni ’90 è calzante, dal momento che all’epoca si temeva che i computer avrebbero sostituito i designer, quando, in realtà, li hanno semplicemente potenziati.
L’IA, dunque, potrebbe seguire lo stesso percorso, ma con una differenza cruciale: oggi stiamo esplorando lo strumento prima di aver capito davvero quale problema sia in grado di risolvere. Come dice Akay, “siamo arrivati al pennello prima di sapere come appare la tela”, mentre l’aspetto prezioso della creatività ha a che fare con la sua richiesta di tempo, riflessione e rischio.
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