Tra le questioni del nostro tempo divenute di cruciale importanza per il futuro dell’umanità c’è il tema, segnato da paure e entusiastiche aspettative, dell’intelligenza artificiale generativa (IA). In effetti, l’avvento delle machine learning, da molti paragonato alla scoperta del fuoco e all’invenzione della scrittura, e, in più in generale, l’evoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, stanno mutando, come sostiene Luciano Floridi, la natura e il significato stesso della realtà trasformandola in Infosfera, cioè realtà identificabile come «informazione». Si comprende, così, come chi ha capacità di campionare, trasformare, raccogliere dati, interpretarli, manipolarli, ha l’enorme potere di cambiare la realtà. Sulla base di tale problematica si è sviluppata, sulla scia di Shoshana Zuboff, la configurazione di un’etica capace di governare e indirizzare l’IA.
Alla nozione di «informazione» viene affiancata quella di «computazione», quale controparte dinamica. «Informazione e computazione», associate alla scoperta delle reti neurali, agli algoritmi generativi, al Transformer di Ashish Vaswani, sono diventate, all’interno della disciplina IA, istanze formatrici del pensiero. In questo schema tecno-concettuale comunemente accettato in cui la mente è ridotta a «informazione», il wetware del cervello viene identificato con l’hardware che consente al software del pensiero e della mente umana di girare. Sulla base di questa serie di analogie di natura ipotetica alcuni teorizzano il mind uploading, e propongono la pratica della criogenesi in attesa di una sorta di risurrezione digitale.
È dunque in atto un passaggio tecnologico, nel quale, come scrive Byung-Chul Han, la vita umana viene pensata come scambio di «informazioni» di cui è difficile prevedere il futuro, tanto più che il terreno in cui ci si sta muovendo è un territorio di grande incertezza. Risulta difficile, in tal senso, prevedere con rigore analitico gli effetti a lungo termine dell’IA per le società umane. Al tempo stesso, però, come prevede il «dilemma di Collingridge», si può dire che più andremo avanti negli anni e meno capacità avremo di indirizzare lo sviluppo dell’IA in modo da massimizzarne gli effetti benefici, poiché le tecnologie saranno troppo diffuse e d’uso comune per essere modificabili.
Per non essere «inadatti e inadeguati» al futuro sempre più tecnologico, sembra dunque necessario ritagliare uno spazio di interazione proattiva nei confronti dell’IA, una sorta, come scrive Riccardo Manzotti, di «cittadella cognitiva» nella quale poter custodire ciò che contraddistingue la nostra umanità per sfruttare al meglio ciò che l’IA ci offre senza dover necessariamente esserne sopraffatti. Occorre, a tal proposito ricordare che, secondo lo psicologo neozelandese James R. Flynn, mentre abbiamo assistito a un costante aumento del punteggio medio nei testi di intelligenza (QI) in tutto il mondo dagli anni Trenta fino alla fine del secolo, negli ultimi decenni il tasso di aumento dei punteggi di intelligenza medi nel corso del tempo sembra diminuire e in alcuni Paesi industrializzati potrebbe essersi addirittura invertito. Tra le diverse cause di questo «effetto Flynn inverso», su tutte, potrebbe essere prevalsa la progressiva riduzione delle relazioni verbali e il sempre più ricorrente utilizzo delle tecnologie informative e digitali.
La «cittadella cognitiva» dovrebbe dunque custodire una resistenza proattiva giustificata dall’impossibilità dell’IA di raggiungere il livello concettuale del sapere. Essa non comprende i risultati che calcola. Il calcolo si distingue dal pensiero in quanto non forma concetti, e non è in grado di procedere da una conclusione all’altra. L’IA impara dal passato, e il futuro che essa calcola non è un futuro vero e proprio. L’IA è cieca dinanzi agli accadimenti della vita. Si limita a una scelta probabilistica tra opzioni precostituite. La qualità del pensiero umano è molto di più della quantità di dati, della potenza di calcolo, e della previsione probabilistica nella risoluzione di problemi. Esso, come scrive Byung-Chul Han, «rischiara e illumina il mondo, crea un mondo completamente altro: il pensiero dispone dunque di un proprio carattere di evento, in quanto lancia nel mondo qualcosa di completamente Altro».
Inoltre, nei confronti dell’assalto del linguaggio compiuto dall’IA, la «cittadella cognitiva» dovrebbe custodire come specificatamente umane le facoltà cognitive legate all’esperienza morale, ed altre risorse della vita umana come la creatività, l’immaginazione, l’ironia, l’espressione non verbale, le emozioni. Ciò dovrebbe determinare anche la rivisitazione dei programmi educativi scolastici, poiché, al netto dell’«effetto Flynn inverso», l’intelligenza artificiale generativa impone un cambio di paradigma nei programmi di insegnamento in cui accanto alla trasmissione di conoscenze venga ritenuta importante la valorizzazione dell’esperienza umana e il potenziamento morale delle decisioni umani.

Accanto a tali esigenze si aggira da anni nella coscienza collettiva il mito di un passaggio di consegne a una versione nuova della persona umana, una sorta di Homo Supersapiens, per il quale la digitalizzazione della vita umana costituisce un trampolino verso il superamento/annullamento dell’umano. È il progetto «Post-human», che è diventato un importante concetto euristico per indagare sullo stato dell’umano prodotto dagli sviluppi scientifici e bio-tecnologici del XX e XXI secolo. Tale categoria è spesso evocata in modo generico e onnicomprensivo, generando confusione tra la prospettiva filosofica del Postumanesimo e quella del Transumanesimo. Tra loro c’è differenza d’origine. Il Postumanesimo risale al critico letterario Ihan Hassan, e assume il suo significato nello spazio culturale tipico del post-moderno. Il termine Transumanesimo risale a Julian Huxley, che forse si ispira alla categoria «Ultra-umano» di Pierre Teilhard de Chardin, e assume il suo significato nello spazio di una radicalizzazione del pensiero illuminista. Occorre dire, però, che le due prospettive, seppure differenti tra loro e al loro interno, sembrano convergere nella consapevolezza del venir meno della prospettiva dell’umanesimo convenzionale.
Il Postumanesimo evidenzia la condizione ibrida e relazionale della condizione umana. Per questo mette in discussione la dicotomia natura/cultura, e prospetta una ibridazione sempre più spinta della vita umana con il mondo della natura e con quello delle tecniche. L’essere umano non è quindi identificabile come essenza estranea al mondo della natura, né come un’entità auto-riferita che pretende di rimanere immune nella comprensione di sé e del proprio agire dagli effetti decostruttivi indotti dall’espansione delle pratiche delle tecnoscenza.
Il Transumanesimo mira invece al potenziamento dell’essere umano attraverso la tecnologia, fino al raggiungimento, tramite l’«evoluzione autodiretta» resa possibile dal progresso della ricerca tecnico-scientifica, di una condizione «transumana». Alla téchne viene in tal modo affidato il compito di liberare l’essere umano da condizioni date, dovute a limiti fisici o cognitivi, il potenziamento del corpo e delle capacità inventive. Si profila così l’accesso a una condizione in cui la tecnoscenza acquisisce un potere salvifico, perché potenzia la struttura biofisica e le risorse cognitive del gruppo umano al punto da cancellarlo o ridimensionare molti suoi aspetti.
Tra Postumanesimo e Transumanesimo, al di là di alcune convergenze, esistono profonde differenze sulla visione del futuro. In particolare, nel paesaggio tecnologico delineato dalle neurotecnologie pervasive, il progetto mind uploanding, vale a dire l’idea-obiettivo di poter estrarre la mente dal cervello per trasferirla su un altro supporto, rappresenta uno dei cardini della prospettiva transumanista, in particolare del Transumanesimo Libertario. Sulla scia degli sviluppi tecnologici a fini terapeutici riguardanti il potenziamento dell’intelligenza umana tramite quella artificiale (Deep Brain Stimulation), e lo sviluppo delle interfacce cervello-computer (Brain Computer Interface), il mind uploanding radicalizza il dualismo cervello-mente, come se il cervello fosse una sorta di hardware e la mente il pacchetto software ivi contenuto. Lo svincolo, previsto in questa prospettiva, è reso possibile dall’estraibilità implicita del software mentale, definito per l’appunto in termini di contenuto. In tale visione, l’identità soggettiva, intesa come l’insieme dei contenuti della mente, ricordi, sogni, finalità, viene definita in relazione amodale con il corpo e non quale espressione diretta del corpo. Da qui l’estraibilità della mente, e la possibile salvezza dell’individuo dal decadimento del corpo, operazione che ne garantisce l’immortalità. La mente-informazione può essere così risituata nelle più diverse matrici di accoglienza: un computer, un altro corpo, un clone. I transumanisti considerano infatti la morte come una malattia curabile e, in attesa della terapia adeguata, alcuni propongono l’ibernazione. L’essere umano viene così proiettato verso un futuro divergente dalla condizione filogenetica. In questo quadro il futuro appare come spazio della realizzazione di un salto antropologico capace di rompere qualsiasi continuità nel cammino umano.
Lo scenario del mind uploanding, nella sua dimensione utopico-futuristica, evidenzia un tema centrale nella discussione antropologica: la corporeità. Il progetto mind uploanding annulla infatti la corporeità, riducendo l’esistenza soggettiva a «informazione».

Per fronteggiare questa deriva verso l’insignificanza del corpo come elemento costitutivo della soggettività umana occorre un approfondimento del significato dell’«essere un corpo» per la comprensione dell’umano. La soggettività è infatti un processo creativo di autotrascendimento non svincolato dalla corporeità, poiché in essa è depositata una dimensione essenziale del proprio essere. Nell’ambito di questa riflessione andrebbe ripensato anche il rapporto tecnica/corporeità. La visione umanistica della tecnica come pratica compensativa delle lacune umane andrebbe integrata con la visione della tecnica proposta dal Postumanesimo, che ne fa un volano di connessione con il mondo della natura e di sperimentazioni di nuove forme di connessioni tra soggetti i cui corpi sono ibridati con dispositivi tecnologici. In tale prospettiva il corpo non è carente, ma appare come spazio possibile di realizzazione di nuove modalità di relazione con il mondo della natura e con la dimensione della creatività.
Bibliografia
Byung-Chul Han, Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale, Einaudi, Torino 2022
Manzotti R. – Rossi S., Io & IA. Mente, cervello & GPT, Rubbettino, Soveria Mannelli 2023
Ienca M., Intelligenza2. Per un’unione di intelligenza naturale e artificiale, Rosenberg&Seller, Torino 2019
Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza: il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma 2019
Campa R., Mutare o perire. La sfida del transumanesimo, Sestante Edizioni, Ranica 2010
Floridi L., Infosfera. Filosofia e Etica dell’informazione, Giappichelli Editore, Torino 2009
Marchesini R., Posthuman. Verso nuovi modelli di esistenza, Bollati Boringhieri, Torino 2001

