Quest’anno siamo giunte alla terza edizione del progetto, nato da un’intuizione della presidente di Donne 4.0, Darya Majidi. Si tratta di una proposta innovativa, che non è semplicemente un corso di coding rivolto a ragazze, ma una full immersion di una settimana a fine luglio nelle nuove tecnologie, AI e data science, cogliendone aspetti etici, pratici, in un approccio multidisciplinare, che comprende anche quelle che chiamiamo comunemente soft skills.
La sede è la SIAF, Scuola Internazionale di Alta Formazione, a Volterra. Una struttura immersa nella suggestiva campagna toscana, dedicata a incontri e attività di formazione, con tutti i servizi necessari: dalle aule ai laboratori per la didattica, fino agli alloggi, la mensa, le aree ristoro e gli spazi all’aperto per i momenti di svago. Un ambiente protetto che nelle tre edizioni ha ospitato le venti ragazze, selezionate ogni anno da tutta Italia, a conclusione della quarta superiore, senza considerare indirizzi specifici, ma in base alla media scolastica, la conoscenza dell’inglese, l’eventuale partecipazione precedente a iniziative STEM e la motivazione della candidatura. Grazie al sostegno di Fineco Asset Management e quest’anno anche di Lavazza Group, le ragazze hanno a loro carico solo le spese di viaggio. Rendiamo così fruibile questa opportunità senza condizioni discriminanti di accesso, legate al proprio ambito di appartenenza.
Da evidenziare che, dato il successo finora conseguito, quest’anno abbiamo organizzato una edizione aggiuntiva nel mese di giugno nel Parco scientifico e tecnologico di Pula in Sardegna grazie alla collaborazione con Sardegna Ricerche. Siamo così venute incontro alle difficoltà maggiori che possono avere le ragazze sarde nel raggiungere la sede di Volterra.
Con soddisfazione possiamo affermare che finora hanno partecipato ragazze di tutta Italia, anche delle regioni del sud, tradizionalmente con minori offerte formative, ad eccezione della Calabria. Speriamo nel prossimo anno di includere qualche partecipante proveniente anche da quella regione.

Ogni anno le candidature aumentano e purtroppo siamo costrette ad una rigida selezione, valutando oltre alle votazioni eccellenti, anche le motivazioni che le hanno spinte a provarci. Un aspetto interessante è la questione del divario di genere, spesso poco sentita nel percorso di studi secondari.
Solo tre delle ragazze di quest’anno hanno indicato a sostegno della loro candidatura la necessità di superare il gender gap digitale. Per le altre era scontato oppure non ci hanno pensato? Un dato che mi ha fatto riflettere è che queste tre ragazze provengono da un percorso di studi tecnici, e dunque hanno già sperimentato l’essere minoranza rispetto ai colleghi maschi, vale a dire quella che definiamo la segregazione orizzontale, e sentono il desiderio di vivere un’esperienza in un contesto diverso. «Un summer camp dedicato a noi ragazze penso possa creare un ambiente motivante in cui potremo sentirci libere di esprimerci, esplorare, imparare e crescere, oltre che creare nuovi legami che potremmo portarci anche al di fuori del camp» scrive infatti una delle tre ragazze.
Le altre probabilmente stanno studiando in situazioni più equilibrate rispetto ai generi e non hanno ancora incontrato gli ostacoli che potranno presentarsi successivamente nel mondo del lavoro anche a causa degli stereotipi.
Anticipare la costruzione di questa consapevolezza è molto importante per accompagnare le ragazze nelle loro scelte successive, preparandosi all’eventualità di dover fronteggiare nel loro percorso di vita potenziali discriminazioni, senza dimenticare che la stessa applicazione dell’AI può avere un forte impatto sui bias, contribuendo non solo a cristallizzarli ma addirittura a moltiplicarli, o al contrario può favorire la loro individuazione e contrastarli. Non se ne parla ancora a sufficienza: l’intelligenza artificiale è ormai una presenza significativa nella vita di tutti i giorni, e lo sarà sempre di più. Se ad occuparsene continueranno ad essere in prevalenza uomini bianchi occidentali, cisgender e eterosessuali, con i loro bias, anche inconsci, l’AI riprodurrà e moltiplicherà la realtà attuale, in cui le disuguaglianze stanno aumentando, anziché diminuire, a cominciare dal divario di genere. Viene infatti alimentato una sorta di circolo vizioso, che invece dobbiamo assolutamente spezzare, a partire da un aumento della presenza femminile nelle discipline scientifiche, favorendo un approccio intersezionale che tenga conto di tutte le differenze. La posta in gioco è decisiva per il futuro, e va ben al di là di aspetti settoriali. Siamo di fronte ad un bivio: avanzare verso una società più equa o arretrare contribuendo in modo acritico ad incrementare inesorabilmente le disuguaglianze.
I tre concetti chiave che possono riassumere AIxGirls sono dunque intelligenza artificiale, multidisciplinarietà e community, che è uno degli obiettivi meno evidenti: costruire una comunità di ragazze che diventeranno ambassador nei loro futuri contesti di lavoro e di vita dell’importanza di avere un approccio che tenga conto anche della parità di genere, considerando i passi avanti da fare in ogni ambito, ma soprattutto in quello delle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) ed in particolare nell’ICT. Non dimentichiamo il dato sconfortante della percentuale di iscrizioni ai corsi universitari ICT da tempo fermo al 15% o poco più. La formazione progressiva della community si è tradotta anche, a partire dalla seconda edizione, nella partecipazione di alcune ragazze delle edizioni precedenti come tutor per le nuove ragazze. Anche questo è un aspetto innovativo, che contribuisce a lavorare sulle soft skills e rendere meno arida e complicata la percezione delle discipline scientifiche, che sappiamo essere uno dei fattori che allontana le ragazze dall’intraprendere questi percorsi di studio.

Non a caso all’inizio della settimana la parola più gettonata per esprimere il proprio stato d’animo da parte delle ragazze è stata “ansia”, non sentirsi all’altezza, sintomo della sindrome dell’impostore, che sappiamo colpisce più spesso le ragazze rispetto ai ragazzi. Alla fine, a certificare il successo dell’esperienza formativa e relazionale il termine “ansia” è stato sostituito da “felicità”, grazie anche alla consapevolezza raggiunta.
Eppure le materie affrontate sono state tutt’altro che semplici: dal machine al deep learning, dai large language models alla robotica, dall’AI conversazionale a quella generativa, insieme a un’analisi delle competenze necessarie nel futuro, delle applicazioni nell’industria, dei bias di genere, dell’agenda 2030, e degli aspetti etici e legali dell’AI. Sicuramente a fare la differenza è stata anche la passione con la quale abbiamo trasmesso questi contenuti, come docenti e socie dell’associazione Donne 4.0, che ha proprio come obiettivo colmare il divario di genere digitale.
La parte applicativa, oltre a prevedere una visita ai laboratori dell’hub sull’intelligenza artificiale dell’Università di Siena, ha visto le ragazze protagoniste della costruzione di cinque “project work” sotto la guida sapiente di Roberta Russo, che ha insegnato loro l’uso di strumenti di machine learning, face detection, text to speech. L’elaborazione delle cinque proposte, presentate nell’ultima giornata, ha richiesto la messa in campo di soft skills, come il team working, public speaking, problem solving. A vincere la terza edizione di AIxGirls è stato il progetto Re-Re, che applica l’AI al tema del riciclo e riutilizzo di oggetti o materiali. Si tratta di una app che scansiona e riconosce gli oggetti e i materiali di cui sono fatti attraverso una webcam, suggerendo tutte le soluzioni alternative di riutilizzo o le regole per un corretto riciclo.
Le altre idee sviluppate durante il camp sono LISolution, per facilitare la comprensione del linguaggio dei segni, NoseGuide, una app che consente alle persone tetraplegiche o paralizzate di poter tornare a comunicare attraverso il movimento del naso, Alfa – o – Mega che aiuta ad analizzare la sostenibilità e l’impegno dei brand di abbigliamento suggerendo ove necessario al consumatore anche alternative più sostenibili, e Memoment per aiutare le persone affette da Alzheimer a tenere sotto controllo l’assunzione dei propri farmaci.
Ogni anno le presentazioni nell’hackathon finale sono sorprendenti sia per le qualità tecniche, sia per i temi, a forte valenza sociale e ambientale, scelti dalle ragazze.
Tanti quindi i punti di forza di AIxGirls.
Un difetto? Non avere attualmente le forze per aumentare le edizioni, magari una per regione, o almeno per area geografica, raggiungendo un numero di ragazze decisamente superiore, ma ci stiamo pensando…

