La spinta dei giganti tecnologici statunitensi verso il Cile per la costruzione di data center ha scatenato una dura reazione tra la popolazione locale e diversi gruppi ambientalisti. La controversia si è intensificata dopo che il presidente cileno Gabriel Boric ha annunciato l’arrivo imminente di 28 nuovi data center nel paese, assicurando la loro responsabilità dal punto di vista ambientale. Tuttavia, Rodrigo Vallejos, attivista per l’ambiente, ha espresso scetticismo nonostante le assicurazioni di Boric. Il Cile non è l’unico paese sudamericano i cui paesaggi vengono alterati dall’installazione di data center. Recentemente, anche nel cuore del Texas è stato possibile assistere alla nascita di svariati data center.
Vallejos, dopo anni di monitoraggio dei data center nel paese, ha sollevato preoccupazioni significative sull’impatto di queste strutture sull’approvvigionamento idrico del Cile. La sua voce si unisce a quella di altri attivisti che chiedono maggiore trasparenza da parte delle aziende coinvolte, tra cui Amazon, Google e Microsoft. Inoltre, secondo alcuni esperti, entro il 2050 i data center richiederanno mille volte più energia elettrica di oggi per via dell’impennata dei consumi associati all’IA.
Il Cile ha visto la trasformazione della sua capitale, Santiago, in un importante hub per i data center in America Latina. Questa crescita ha scatenato diverse preoccupazioni tra gli abitanti locali, soprattutto in un periodo di siccità nazionale. Le aziende come Google che aprono lì i loro data center, sono state accusate di un consumo eccessivo di acqua. Il progetto di un secondo data center da parte di Google ha visto infatti un’intensa opposizione, con il tribunale ambientale di Santiago che ha temporaneamente sospeso il progetto nel 2023.
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