Il corpo dell’intelligenza artificiale è, innanzitutto, uno. Una macchina. Una “porzione limitata di materia” (come recita, in apertura, la definizione di “corpo” riportata sul dizionario, v. Treccani 2025), tanto più potente quanto più estesa, che funge al tempo stesso da involucro e supporto per i sistemi operativi che ospita. Pensiamo, ad esempio, al supercomputer Summit (o OLCF-4) sviluppato da IBM per l’Oak Ridge National Laboratory, il cui imponente corpo macchinico si estende su una superficie grande come due campi da tennis, offrendo una potenza di calcolo e capacità processuali una volta impensabili.
In ottica più marcatamente filosofica e semiotica, tuttavia, l’uno si riduce al nessuno. Come ci insegna la fenomenologia, infatti, la dimensione corporea non può essere ridotta a un mero oggetto materiale, strutturato in parti funzionanti meccanicamente. Necessariamente “vissuto” (Merleau-Ponty 1945), il corpo è invece da intendersi come un vero e proprio “organo percettivo del soggetto esperiente” (Husserl 1952), una via di accesso al mondo e alla produzione di senso (Stano 2019). Un’idea difficilmente associabile ai giganteschi marchingegni che ospitano i più potenti sistemi di intelligenza artificiale della contemporaneità.
Proprio a partire da simile consapevolezza, negli ultimi tempi, si è sviluppata l’idea della cosiddetta embodied AI, secondo cui, per poter “pensare” in modo simile al nostro (e interagire dunque in modo proficuo con noi), i sistemi di intelligenza artificiale devono poter interagire con l’ambiente attraverso sistemi sensomotori simili ai nostri, trovando “incarnazione” in un corpo che sia il più simile possibile a quello umano (v. in particolare Iida F. et al. 2004; Duan et al. 2021). Per quanto promettente, tale ambito di ricerca è ancora in fase embrionale, in particolare a causa degli elevati costi e delle difficoltà di realizzazione di modelli ed esperienze simili a quelle che possiamo esperire attraverso il nostro corpo. Queste, come sappiamo, sono infatti estremamente articolate, e non comportano soltanto complessi sistemi a livello sensoriale, ma anche processi assai elaborati a livello semiotico, ovvero in relazione al passaggio dai “sensi” al “senso”. Non bisogna trascurare, poi, il ruolo ricoperto dalla nostra percezione di simili entità, da cui dipendono le loro effettive possibilità di interazione e azione nel mondo. È per questo che, se da un lato sono in continuo aumento gli sforzi volti alla ricostruzione di apparati sensomotori simili a quello umano — pensiamo, ad esempio, al Domo sviluppato dal MIT o all’Anthropomimetic Robot della University of Sussex —, dall’altro si sta cercando invece di richiamare il più possibile le fattezze umane, con robot umanoidi quali Sophia (Nanson Robotics), che di recente ha ottenuto un riconoscimento speciale da parte delle Nazioni Unite, o Ai.Da. (Engineered Arts e University of Leeds), la prima “artista robotica” al mondo. L’idea alla base della cosiddetta Human–Robot Interaction (HRI), infatti, è che vi sia una correlazione positiva tra la somiglianza dei robot agli umani e il tipo di interazione che i primi possono avere con questi ultimi (Eaton 2007). D’altra parte, non bisogna dimenticare il problema dell’uncanny valley (Mori 1970), per cui un estremo realismo rappresentativo tende piuttosto a produrre un senso di inquietudine e repulsione nell’utente. Anche su questo versante, in altri termini, la strada da percorrere è ancora lunga e irta di ostacoli.

Eppure, queste sperimentazioni stanno segnando importanti trasformazioni, che promettono di portare a centomila, se non più, corpi dell’IA. Agli esempi sopra citati va infatti affiancata la progressiva miniaturizzazione e convergenza di sistemi di intelligenza artificiale con il corpo umano. Pensiamo al caso delle “interfacce neurali” (Brain–Computer Interfaces), sistemi neuroinformatici di comunicazione diretta tra il cervello umano e sistemi di calcolo esterni, in grado di adattarsi automaticamente ad aspetti della mente dell’operatore senza alcun input esplicito (Zander et al. 2016; Ienca 2021 [2019]). Un esempio particolarmente significativo è quello della cosiddetta stimolazione cerebrale profonda, basata sull’impianto nel cervello di sottilissimi fili dotati di elettrodi che, grazie al collegamento con un generatore di impulsi, permette di stimolarne particolari aree, nei modelli attualmente in sperimentazione anche senza il coinvolgimento del paziente, proprio grazie all’utilizzo di sistemi di IA in grado di acquisire ed elaborare tali impulsi in completa autonomia, traducendoli in comandi che consentono, ad esempio, di prevedere e bloccare i sintomi motori legati ad alcuni disturbi neurologici. Dispositivi di questo tipo stanno aprendo la strada a una vera e propria “incorporazione” dell’IA, il cui corpo macchinico, miniaturizzato, viene quanto più possibile integrato nel corpo umano.
Trasformazioni simili si trovano anche al di fuori dell’ambito clinico. Si pensi al caso di Neil Harbisson, “cyborg-artista” affetto da acromatopsia sin dalla nascita, che grazie all’eyeborg, un’antenna permanente impiantata nel cranio, è ora in grado di percepire l’intera gamma cromatica e persino i raggi ultravioletti e infrarossi. Un sensore montato sull’estremità del dispositivo individua le frequenze dei colori degli oggetti che vi si trovano davanti e le trasmette al chip impiantato nel cervello dell’artista, convertendole in onde sonore che, viaggiando attraverso le ossa del cranio, arrivano fino al suo apparato uditivo. Infine, è lo stesso Harbisson a operare un’ulteriore “traduzione”, interpretando la sensazione sonora provata secondo un codice particolare, per cui i suoni acuti corrispondono a colori ad alta frequenza, mentre quelli più bassi equivalgono a colori di bassa frequenza, e gli altri si collocano nel medio. Si può registrare, anche in questo caso, una vera e propria “ibridazione” tra corpo umano e corpo tecnologico — tanto che, più volte, l’artista ha ribadito di percepire l’antenna non come un oggetto, bensì come vero e proprio “organo” corporeo (Harbisson, in Rutkauskas 2016). Eppure, tanto a livello visivo quanto a livello funzionale, sembra rimanere una sostanziale separazione tra queste due dimensioni: non solo il corpo tecnologico è chiaramente distinguibile da quello umano (di fatto, il loro punto di contatto e, in un certo senso, fusione, rimane interno, inaccessibile alla vista), per quanto ad esso ancorato, ma l’utente che abita tale corporeità ibrida distingue chiaramente le due componenti: “La mia antenna trasforma la scala cromatica in frequenze sonore, ma è il mio cervello che mi permette di identificare il colore associandolo al suono udito. Il cervello umano, inoltre, aggiunge valore rispetto all’intelligenza artificiale, che riceve ed elabora i sensi in maniera automatizzata” (Harbisson, in AA.VV. 2017, p. 7). Quello dell’intelligenza artificiale, in altri termini, sembra caratterizzarsi come un corpo che, al più, si può avere, non essere, in base a una netta contrapposizione tra sensi e senso, oggettualità e soggettività.
Una contrapposizione che, sebbene attenuata, sembra caratterizzare anche i primi esempi di wearable device che, tramite specifici algoritmi di machine learning, permettono di raccogliere ed elaborare dati senza dover ricorrere a impianti invasivi e/o permanenti come l’eyeborg. Consideriamo, ad esempio, il dispositivo mobile Crown creato da Neurosity, che promette di aiutare a mantenere la concentrazione monitorando l’attività cerebrale e rispondendo prontamente a qualsiasi elemento di disturbo rilevato. Al pari dell’antenna di Harbisson, questa “Corona” si innesta, seppur temporaneamente, nella corporeità umana, simulando una vera e propria relazione di embodiment, in virtù delle trasformazioni che opera rispetto alle potenzialità esperienziali e di azione di chi lo indossa. In questo senso, esso sembra dare origine a un vero e proprio “nuovo nucleo corporeo” ibrido. D’altra parte, il carattere mobile e temporaneo di simile “estensione” corporea sembra avvicinarla più all’ornamento o al complemento (una pertinenza, un corpo che si può avere, più o meno provvisoriamente) che a una vera e propria parte integrante della corporeità umana (una essenza, un corpo che si è).
Oltre alle tecnologie già esistenti o in sviluppo, è utile volgere lo sguardo agli immaginari collettivi, analizzando le forme di corporeità ibrida ipotizzate da particolari testi e narrazioni — che, come sappiamo, svolgono un ruolo cruciale nel plasmare la nostra percezione e comprensione del mondo. Un testo di particolare interesse in questo senso è Transcendence, lungometraggio del 2014 diretto da Wally Pfister. Qui l’IA trova diversi “corpi”. Innanzitutto, i grossi elaboratori, simili a quelli del Summit, che la contengono, consentendone le incredibili prestazioni, prima nel laboratorio gestito dal Dott. Will Caster e poi nella base di ricerca di Brightwood fondata da Evelyn (sua moglie), su indicazione della “Macchina” (nome con cui viene indicata la coscienza cibernetica di Will, caricata dalla stessa Evelyn sui server a IA su cui l’uomo stava lavorando prima di essere avvelenato mortalmente da un gruppo di terroristi anti-tecnologia). Ben presto, però, ai dispositivi macchinici si associa il corpo umano: dapprima mediante la rappresentazione iconica di Will, che ne consente l’interazione con la moglie e con gli altri soggetti umani con cui la Macchina si rapporta; in seguito, mediante un vero e proprio innesto nel corpo umano, attraverso la cosiddetta “trascendenza”, un meccanismo di upload nei corpi di diverse persone accorse presso il laboratorio per essere salvate mediante le tecnologie avanguardistiche sviluppate dalla Macchina. Tali corpi si configurano come pura “carne”: si tratta, de facto, di “uomini-macchina”, dotati di forza e capacità straordinarie (al punto da essere in grado di rigenerarsi in caso di ferite o incidenti), ma privi di soggettività, in quanto espressioni di un’unica mente collettiva dominante (quella della Macchina). È solo nel corpo finale di Will, ricostruito mediante la nanotecnologia dalla Macchina, che torna il “corpo vissuto”, capace di manifestare una propria identità indipendente da essa (per quanto necessariamente connessovi) — tanto da decidere di andare incontro all’autodistruzione, permettendo così a Evelyn, finalmente, di riconoscere in quel corpo il “vero” Will. Nondimeno, è solo prima — e, in parte, in virtù — della morte di questo corpo che tale riconoscimento sembra poter avvenire, in una visione fortemente distopica.
Un altro caso di particolare interesse è costituito dalla serie televisiva HUM∀NS (2015-2018), rifacimento della serie svedese Äkta människor (2012-2014), che offre una riflessione sugli effetti dell’IA sulla società. Al centro delle vicende narrate vi sono i cosiddetti synth, avanzati androidi dalle sembianze umane, ideati per svolgere funzioni quali l’assistenza domestica, la cura dei malati, il lavoro manuale e persino l’offerta di prestazioni sessuali. Alcuni esemplari, tuttavia, si distinguono dagli altri perché dotati di coscienza e libera volontà, destando il timore di un’imminente singolarità tecnologica. Qui il corpo dell’IA sembra il corpo umano, ma non lo è. E non lo è proprio per la mancanza di “esperienza” e “soggettività”: il corpo dei synth non “sente”, e non può pertanto produrre senso. Si tratta, in altri termini, di un involucro macchinico, un “corpo-carne”che resiste e partecipa all’azione trasformatrice degli stati di cose, ma non è in grado di manifestare una propria identità.
Una rappresentazione molto simile è rinvenibile anche in un episodio della serie britannica Black Mirror, “Torna da me” (Be Right Back,2013). La giovane Martha, avendo perso il compagno Ash, si avvale di un sistema di IA che ne simula la personalità e interagisce con lei, dapprima mediante una chat (per cui Ash si ritrova, di fatto, “re-incarnato” nel corpo macchinico di uno smartphone, tanto che quando questo cade e si rompe, la giovane donna si dispera, come se il compagno stesse morendo una seconda volta) e in seguito in un rifacimento artificiale del corpo dell’uomo. Rifacimento artificiale che, in prima istanza, sembra assomigliargli in tutto e per tutto, ma ben presto, come chiarisce la protagonista, dimostra di non essere lui (v. Stano 20203). L’intelligenza artificiale, ancora una volta, sembra poter avere un corpo simile a quello di Ash, ma non può essere quel corpo, a causa dell’assenza di esperienza, oltre alla mancanza di percezione che lo caratterizza, più volte rimarcata nell’episodio, in particolare mediante i primissimi piani del volto e delle mani (in una scena addirittura ferite da un frammento di vetro, eppure non sanguinanti né sofferenti) dell’IA incarnata-Ash, che accompagnano i dialoghi tra i due protagonisti, proprio mentre si confrontano sulle differenze di quest’ultima rispetto al “corpo vissuto” del defunto protagonista. Tuttavia, l’illusione creata da quella “carne” impedisce a Martha di liberarsene, intrappolandola in una sorta di limbo su cui si chiude, in prospettiva fortemente distopica, l’episodio.
Quanti (e quali) corpi, in definitiva, per l’IA? Se, da un lato, la “prigione” dell’involucro macchinico — l’uno richiamato in apertura — sembra essere per molti versi ancora ineliminabile (pena la perdita di capacità e potenza di calcolo), precludendo l’accesso alla dimensione del corpo vissuto — da cui il nessuno lamentato sopra —, dall’altro le diverse sperimentazioni sopra citate, nonché l’immaginazione di nuove tecnologie che oggi, come non mai, anima le nostre culture mediali, suggeriscono un movimento di moltiplicazione dei corpi dell’IA — i centomila a cui siamo approdati — e la loro crescente ibridazione col corpo umano, alludendo a una progressiva erosione dei confini tra dimensione biologica e artificiale, mondo interno ed esterno, sostanza materica e universo discorsivo (proprio come auspicato dal noto Manifesto cyborg di Donna Haraway (1985)). Eppure, come evidenziano i diversi esempi considerati, a prescindere dalla forma che prende, il corpo dell’IA sembra ancora non riuscire a sfuggire a una visione fortemente dicotomica, che lo confina, quando non in una dimensione puramente macchinica, nel regime della pura “carne”, sottolineandone l’assenza di identità e l’incapacità di esperire propriamente il mondo, collegando sensi e senso.

Questo impone una riflessione sempre più urgente: che tale visione non sia da ricondurre a una nostra sostanziale incapacità di lasciarci alle spalle, una volta per tutte, una concezione essenzialmente dualistica della corporeità, abbandonando ogni presupposta distinzione tra biologico e semiotico, naturale e artificiale, macchinico e umano? Prima ancora di prospettare nuovi sviluppi tecnologici, in altri termini, dovremmo iniziare a interrogarci, più di quanto non abbiamo fatto finora, sul modo in cui la corporeità può porsi proprio come istanza di “traduzione” tra questi regimi, generando, interpretando e facendo circolare il senso.
Riferimenti bibliografici:
AA.VV.2017. “‘Io sono tecnologia’. La storia dell’artista cyborg”, itasascom, 1/2017: 6-10.
Duan J. et al. 2021. “A Survey of Embodied AI: From Simulators to Research Tasks”, IEEE Transactions on Emerging Topics in Computational Intelligence, 1-17.
Eaton M. 2007. “Evolutionary Humanoid Robotics: Past, Present and Future”, in M. Lungarella et al. (a cura di), 50 Years of AI, 42–52. Berlin Heidelberg: Springer-Verlag.
Haraway D. 1985. “A Cyborg Manifesto: Science, Technology, and Socialist-Feminism in the Late Twentieth Century”, Socialist Review,80: 65-108.
Husserl E. 1952. Ideen zu einer reinen Phänomenologie und phänomenologische Philosophie,II. The Hague: Nijhoff.
Ienca M. 2021 [2019]. Intelligenza2. Per un’unione di intelligenza naturale e artificiale. Torino: Rosenberg & Sellier.
Iida F. et al. (a cura di).2004. Embodied Artificial Intelligence. Berlin Heidelberg: Springer.
Merleau-Ponty M. 1945. Phénoménologie de la perception. Paris: Gallimard.
Mori M. 1970. “The uncanny valley” (“Bukimi no tani”), Energy, 7(4): 33-35.
Rutkauskas A. 2016. “Neil Harbisson: My Aim Is Not to Hack the Body, but to Hack the Mind”, Medium, https://medium.com/@godbjorn/neil-harbisson-my-aim-is-not-to-hack-the-body-but-to-hack-the-mind-8d64e67be337.
Stano S. 2019. “La soglia del senso. Il corpo come istanza semiotica”, in M. Leone (a cura di), Il programma scientifico della semiotica, 149-162. Roma: Aracne.
——. 2023. “I corpi (im)possibili dell’Intelligenza Artificiale”, in S. Santangelo e M. Leone (a cura di), Semiotica e Intelligenza Artificiale, 219–237. Roma: Aracne.
Zander T.O. et al. 2016. “Neuroadaptive technology enables implicit cursor control based on medial prefrontal cortex activity”, PNAS, 113(52): 14898-14903.
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